I siti post-femministi delle Signore della Rete

di Elena Stancanelli

 

arianna-huffington

Arianna Huffington

Jezebel.com è un sito post-femminista, secondo la definizione che la sua redazione, composta di sole donne, dà di se stessa. Nato all’interno di Gawker.com, paradiso del gossip chic newyorchese, Jezebel si occupa di celebrità, moda e sesso, sempre declinate al femminile. Ha una rubrica con la quale incita i lettori, più o meno un milione e mezzo di persone, a denunciare gli orrori di photoshop sulle riviste, articoli che spiegano come usare al meglio i sex toys e inchieste sul valore erotico del sudore degli uomini. Ma non è affatto la sciocchezza totale che verrebbe da credere.

O meglio: è filosoficamente sciocco, scientemente leggerissimo e mondano, molto molto post-femminista. Che cosa sia esattamente il post femminismo americano è difficile stabilirlo. Molte cose insieme: Camille Paglia più Naomi Wolf, le riot girl e la rivalutazione della pornografia, persino Sex and the city. Alle quattro protagoniste del telefilm più amato dalle donne somigliano in effetti le redattrici di Jezebel. Giovani e spregiudicate, rivendicano il diritto alla superficialità festosa, per farne l’ariete con il quale travolgere ogni moralismo. Può una donna occuparsi delle disavventure tossiche di Lindsay Lohan o della deriva senile di Mel Gibson senza sentirsi in colpa? Sembrerebbe di sì. Ma quel che è più grave, almeno a giudicare dall’inferno che si è scatenato in America proprio in questi giorni a seguito di alcuni articoli pubblicati su Jezebel, una donna può tranquillamente affogare nei cocktail (quantomeno il fine settimana) e finire a letto con chi capita senza scalfire la sua reputazione di donna-femminista ed emancipata.

 

Cattive maestre, sorellastre dispettose che rischiano di mandare all’aria tutte le lotte di emancipazione? Qualunque cosa sia, Jezebel fa opinione. Sono state loro, le terribili ragazze, a fare partire lo scandalo del fotografo Terry Richardson, accusato di molestare le sue modelle. E le loro pagine, e la valanga di post che le glossano, sono spesso argomenti di dibattito per gli altri giornali che le riportano. All’ inizio la Rete sembrava una cosa per maschi. Per motivi legati anche allo stile di vita, sembravano loro i destinatari, e soprattutto agli uomini si rivolgevano pubblicità e contenuti. Ma in pochi anni la situazione è molto cambiata. What women want, w. w. w. diventa dunque la domanda alla quale tutti vorrebbero rispondere. E non a caso venerdì e sabato scorsi, a New York, 2.000 donne blogger, anzi Blogher, dal nome della loro associazione (www.blogher.com), si sono riunitea convegno.

Qualche giornalista l’ha subito ribattezzata la online estrogen revolution, la cui pioniera è senza dubbio Arianna Huffington. Fondatrice nel 2005 dell’Huffington Post, un sito di informazione tra i più influenti d’America, tra quelli decisivi nella campagna per le presidenziali vinte da Barack Obama. Arianna Huffington, nata ad Atene nel 1950, ha studiato a Cambridge e si è trasferita negli Stati Uniti a 23 anni, dopo aver pubblicato il suo primo libro. Oggi ha due figlie grandi che studiano a Yale. Il suo sito, raccontava qualche giorno fa in un intervista su El País, ha circa 3 milioni di contatti al giorno. Un’enorme comunità che si confronta, commenta, interagisce. L’Huffington Post, a differenza dei quotidiani nati su carta e poi trasferiti sulla Rete, ha una vocazione all’ inclusività e al polimorfismo. Le sue firme sono giornalisti tradizionali, ma anche attori, registi, scrittori. Norman Mailer, Nora Ephron, Alec Baldwin, John Cusack hanno nel tempo collaborato, e i blog che afferiscono al dominio della Huffington sono ormai quasi seimila. Un mondo intero, un gigantesco grande magazzino dove trovi tutto quello che ti serve. È stato definito il gigantesco salotto dell’America ricca e liberal, non più disposta ad ascoltare soltanto ma decisa a esprimere, orientare, decidere. Quasi un partito politico, se avessimo voglia di stabilire che cosa la politica diventerà nei prossimi anni. Nessuna donna, sul web, è potente quanto Arianna Huffington, ma non è l’unica eroina della estrogen revolution.

Ricordiamo soltanto, per intelligenza e diffusione, il celebre wowOwow.com (women on web, ma anche uauu! Cioè: figata!). Magazine creato da un gruppo di donne, giornaliste scrittrici editor… (tra queste Whoopi Goldberg e Candice Bergen), rivolto a donne over quaranta. Quelle che la vulgata costringe a immaginare impegnate soltanto a fingere di averne ancora trenta. E che invece, secondo wowOwow.com, superata la pressione del far figli, trovare lavoro e iniziare a guadagnare, possono finalmente parlare in pace tra loro di quello che le interessa: politica, finanza, cultura, viaggi, vestiti, sport, medicina.

Sembra quindi che, mentre nelle nostre democrazie gli spazi del potere sono saldamenti in mano agli uomini, su Internet, dove le donne competono ad armi quasi pari, si possa immaginare oltre a pari opportunità anche pari risultati, pari influenza. E anche se quello che accade sul web non si travasa immediatamente nella realtà, c’ è di che essere ottimisti, di che ben sperare. E in Italia? Quand’è che anche da noi qualcuno riuscirà ad immaginare di investire del denaro (perché di questo si parla, non di energia, utopia e belle parole) in un progetto simile? Chi saranno i primi a capire il valore strategico, commerciale e politico di uno spazio virtuale di donne e per le donne? Che stiamo aspettando?

da la Repubblica — 10 agosto 2010

2 Risposte

  1. Ciao,
    siamo la redazione di uniromatv,
    dato il tema del tuo blog ti segnaliamo questo servizio: sono agguerrite e rivendicano il diritto di essere donne e non oggetti sessuali. Sono le attiviste di FEMEN, il movimento femminista fondato a Kiev nel 2008 e famoso per la pratica di manifestare in topless contro il turismo sessuale, il sessismo e altre discriminazioni sociali. Il nostro video al seguente link: http://www.uniroma.tv/?id=19771

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  2. Spero di fare cosa gradita nel consigliarvi questo articoletto!
    Buona lettura!
    http://www.stateofmind.it/2012/02/ape-regina-sessismo/

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