Addio ad Elvira Sellerio signora della cultura civile

Questa estate non era riuscita a trasferirsi nel baglio paterno a Marina di Ragusa, dove accoglieva gli ospiti con lenzuola di lino stirate di suo pugno. L’enfisema era diventato fastidioso, i figli hanno insistito che Elvira Sellerio rimanesse a Palermo. Ieri mattina, una crisi improvvisa nella sua casa di via Siracusa, a due passi da quella dell’ ex marito Enzo Sellerio – da cui era separata da più di trent’ anni – e a pochi metri dalla casa editrice, dove continuava ad affacciarsi ogni giorno, curiosa e severa. A settantaquattro anni, il destino ha voluto che se ne andasse in quel quadrilatero di affetti famigliari e passioni intellettuali che aveva costituito la cornice della sua vita. Tutto era rimasto eguale in redazione, come ai bei tempi. La scrivania antica dove sedeva Leonardo Sciascia, le grandi librerie ottocentesche, alle pareti gli innumerevoli bozzetti della collana della Memoria che hanno fatto lo stile Sellerio. «Un mausoleo», lo liquidava ironica lei, i capelli raccolti in un candido chignon, la sigaretta eternamente tra le labbra. «Spero che i miei figli se ne liberino». E per incoraggiarli, per aiutare Antonio e Olivia a disfarsi di quell’ eredità così ingombrante, fu lei la prima a fare un passo indietro, sempre più riservata nelle sue apparizioni in casa editrice. Una madre attenta, oltre che una delle ultime signore dell’ editoria italiana. Gli esordi non furono facili. A Elvira Giorgianni, classe 1936, figlia di un alto funzionario dello Stato, famiglia «passionalee cattivissima» come solo sanno esserlo i clan siciliani, toccò in sorte muovere i primi passi in un’ editoria ancora segnata dal protagonismo maschile. «Io ero quella del caffè», ci raccontò una volta, spiritosa e distaccata. «Come una caratterista di seconda fila, entravo sulla scena e chiedevo: un caffè? Loro annuivano». Loro erano il marito Enzo, Leonardo Sciasciae l’ antropologo Antonino Buttitta. La casa editrice nacque così, da un progetto maturato insieme sul finire degli anni ‘ 60. Il programma è il ritorno a una «cultura amena», come la chiamava Sciascia, l’ impegno civile coniugato con l’ eleganza e con il gusto del bello. La fiducia nella parola come strumento per rendere migliore il mondo. Coraggiosa e appassionata, vanitosissima e molto bella («una camicetta nuova mi teneva allegra per una giornata»), Elvira avrebbe imparato presto l’ arte tutta femminile di far passare le proprie idee attribuendole a Sciascia o a Enzo Sellerio. Quando nel 1978 arriva il libro che segna la prima svolta in casa editrice – L’ affaire Moro di Sciascia – la Signora si è già consolidata al timone. Ma di lì a poco l’ avrebbe travolta il naufragio del suo matrimonio con Enzo, e la scissione della casa editrice in due società. «Rimasi sola, con due figli ancora piccoli.E senza un soldo. Le banche mi negavano i crediti. Solo per farmi ascoltare, mi facevo introdurre telefonicamente da portiere: una voce maschile aiuta sempre». Non nascondeva di aver sofferto molto per amore. Lo confessò anche durante un’ intervista, alla quale partecipò il figlio Antonio. Un’ occhiata al ragazzo, come incerta. Poi d’ un fiato: «Se trovavo per casa un golf o un cappotto di Enzo, mi ci avvolgevo dentro piangendo». (Ieri mattina è stato l’ ex marito a dare la notizia ai giornali, al suo fianco fino all’ ultimo. E ad annunciarne i funerali, domani alle 11, nella Chiesa di Santo Espedito). Sciascia la aiutò a ritrovare sicurezza, elogiando il suo puntiglio e la determinazione. L’ affascinava con la sua eterna mescolanza di gioco e cultura, perfino con i litigi. Negli ultimi anni Elvira si ritrovava a rimpiangere quelle sfuriate, scaturite dai motivi più diversi. «Antonio, ti ricordi quelle belle litigate con Leonardo?», si rivolgeva al figlio, che spiritoso replicava: «Però ora non si riescea litigare più. Decidi sempre tu!». Di Sciascia ricordava anche la severità giudicante, «non sopportava che fossi cortese con tutti, anche con chi detestavo». Presto s’ affermò in casa editrice uno “stile Elvira”, molta passione e poco programma. Fu questo metodo di lavoro che nei primi anni Ottanta la portò a scoprire alcuni capolavori, come Diceria dell’ untore di Gesualdo Bufalino: per la casa editrice fu la consacrazione nazionale. Più tardi sarebbero arrivati Antonio Tabucchi e Andrea Camilleri, salvifici per le sorti finanziarie della casa editrice, e ancora la voce originale di Luisa Adorno. Scoperte più recenti, il giallo all’ italiana di Carlo Lucarelli, i romanzi di Margaret Doody e Gianrico Carofiglio, Roberto Bolano e Alicia Giménez-Bartlett. Qualcuno l’ avrebbe tradita per editori più importanti, ma lei parlava dei suoi “grandi uomini” con indulgenza. L’ importante era conservare l’ indipendenza dai grandi moloch editoriali. Amava gli irregolari, maestri nel proprio campo ma insofferenti al tempo in cui vivono. Ad Adriano Sofri affidò «Fine secolo», una collana di memorie e diritti civili. Con Luciano Canfora fu sodalizio nella saggistica storica. Sfidò le gerarchie dell’ Istituto Gramsci pubblicando una nuova edizione delle lettere del grande sardo. Capace di smisurata tenerezza e generosità, sarebbe rimasta ferita da un processo nei primi anni Novanta per una storia di finanziamenti regionali. A segnarla fu non la ritualità processuale – conclusa con un’ assoluzione – ma il cinismo dei suoi concorrenti. «Cercarono di mettere sotto contratto i miei autori. Queste cose ti cambiano il carattere». Si rivolgeva al prossimo con il Lei, e gli scrittori preferiva conoscerli dopo averli letti. Non amava la mondanità. All’ epoca dei professori, visse con sofferenza l’ incarico nel consiglio d’ amministrazione della Rai. «Il nostro è un mestiere d’ umiltà. È servizio, non protagonismo».

di SIMONETTA FIORI

Repubblica — 04 agosto 2010

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