«L’Italia sana deve dire basta»: El Paìs intervista Milena Gabanelli

La giornalista lancia un accorato appello all’Italia migliore sul problema della legalità. «L’opposizione è inesistente e il popolo si fa sentire poco. C’è chi delinque, chi evade – dice la giornalista di Report – ma anche chi vede e non dice nulla»

di Miguel Mora *

Milena Gabanelli è una delle grandi giornaliste investigative italiane. Nata nel 1956 in un paesino della Brianza, vicino a Milano, lavorava come venditrice di mobili, ma si laureò in Storia del Cinema ed entrò alla Rai. Oggi, è la giornalista più querelata del Paese, nonostante non abbia perso una sola delle quasi 40 cause accumulate, per un valore di circa 300 milioni di euro. Milena Gabanelli è, oggi, lo spauracchio degli amministratori pubblici e degli amministratori delegati delle imprese italiane. «Secondo me, ha avuto un peso rilevante Andrea della Valle, proprietario di Tod’s; il mio nome compare nei suoi consigli di amministrazione almeno tre volte alla settimana», spiega. E che cosa dicono? «Avete visto che cosa ha detto domenica quella troia della Gabanelli?».

La domenica è il giorno in cui va in onda, su Rai 3, il suo programma “Report”, specializzato in economia, che nel 1997 importò alla Rai la ricetta classica del giornalismo anglosassone: qualità, precisione, reportage accurati e controllo del potere. Firmato ogni settimana da un autore diverso e con costi minimi, gode di tre milioni di spettatori. In cambio, Milena Gabanelli guadagna 150mila euro all’anno ed è costretta a prendere sonniferi per dormire.  «Come è noto, le donne in menopausa dormono male». afferma.

Di persona, risulta meno dura che nelle immagini e molto arguta, un po’ sullo stile di quei corrispondenti di guerra stropicciati e ascetici. Quasi sempre, basa le sue argomentazioni su dei fatti perché, dice: «I fatti sono i fatti, perfino in Italia». Androgina e attraente, Milena Gabanelli vive a Bologna con il marito, professore di musica e la loro figlia, venditrice di forni crematori. Dichiara di amare tanto il suo lavoro quanto il suo Paese. «Faccio questo programma, perché mi piace rischiare di persona e perché non possiamo cedere alla disperazione. Ho fiducia che i giovani e la parte sana dell’Italia si alzino una mattina e dicano: Basta! Basta agli affari loschi, alla tolleranza verso i ladri, gli evasori e i delinquenti».

Milena Gabanelli si è specializzata in economia perché – ricorda – «non ne capivo niente. Mi dicevo che, se io non sapevo nulla di debito pubblico e di finanza, non ne avrebbero saputo neppure molti concittadini. Così, cominciammo a rivedere quelle clausole bancarie che sempre firmiamo senza neanche leggerle. Sembrava una cosa noiosissima, ma alla fine non lo fu affatto. Evidentemente, siamo stati bravi a spiegare concetti complessi». Oggi, con un governo intollerante con i mezzi di informazione critici, Milena Gabanelli continua a lottare contro la tendenza generale della televisione italiana: propaganda e silicone. Il suo programma “Report” racconta la cattiva amministrazione del Paese più corrotto ed evasore d’Europa, che una volta fu definito da Leonardo Sciascia come un Paese senza verità. «Verità è una parola molto impegnativa. Preferisco dire che raccontiamo cose verosimili».

Si avvicina il momento perché il Parlamento approvi la “legge-bavaglio”, studiata con la scusa di difendere la privacy dei cittadini, ma in realtà per limitare l’azione giudiziaria relativa alle intercettazioni e proibirne la pubblicazione. Milena Gabanelli è in prima linea nella battaglia contro tale legge. «Non so se questa legge ci porrà sotto una dittatura; ma comunque ci metterebbe in una situazione peggiore di quella attuale». Il pericolo – afferma – non è tanto la censura del potere, quanto le cause civili. «La casta dirigente ed economica identificata con l’aggettivo furbo si difende dal giornalismo critico con un’arma illegittima ma legale, le querele civili. Ti sottopongono a un calvario che dura, se va bene, da 4 a 10 anni. Io lavoro per un grande editore, sono fortunata. Altrimenti, dovrei chiudere. Le spese legali generate dalle cause civili sono impossibili da sostenere».

«Il problema è che l’opposizione è inesistente e il popolo si fa sentire poco. C’è chi delinque, chi evade, ma anche chi lo vede e non dice nulla pur essendo persone per bene. Detto questo, ogni mattina c’è un treno che parte, una scuola che apre, un ospedale che cura, gente che lavora bene». Altrimenti, non si spiegherebbe come, «da 30 anni, l’Italia sembra finita e invece, paragonandoci con altri Paesi, non sembriamo quelli che stanno peggio». Quel che è certo è che la popolarità di Berlusconi, giunta al punto massimo dopo l’aggressione subita a Milano, in piazza Duomo, è oggi al minimo storico, a causa degli scandali della corruzione e per la divisione interna al PDL.

da El Paìs del 26 luglio 2010

*traduzione a cura di Sandra Covre

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