Leggiamo, così diventiamo davvero pericolose

Leggiamo che “Le donne che leggono sono pericolose”, come recita il titolo del libro di Stefan Bollmann ed Elke Heidenreich in cui attraverso dipinti, disegni e fotografie viene raccontata la storia della lettura femminile dal Medioevo al XXI secolo. Una citazione-pretesto per riproporre un articolo di Paolo Giordano apparso sul Corriere della Sera su Joyce Carol Oates.

Arriva in Italia l’autrice più volte candidata al Nobel. La sua prosa parte da una sola molecola e si infiltra ovunque

L’ossessione di Joyce Carol Oates (per la madre e per la scrittura)

Forse su nessun’altra parola della nostra lingua si sono sedimentate tante associazioni di idee convenzionali, eppure come sono misteriose le madri! Si ha l’impressione che siano (loro) ad esercitare la maggiore influenza, benigna o maligna che sia. La narratrice che ha ideato un unico, fluviale racconto americano

J oyce Carol Oates è una scrittrice impetuosa. Le righe fitte dei suoi romanzi scorrono rapide sotto gli occhi, producendo lo stesso rombo vigoroso delle cascate che così spesso fanno da fondale alle sue storie, lassù, nelle pianure paludose dello Stato di New York, in posti che si chiamano Chautauqua Falls, Mount Ephraim, Milburn. Sembra inevitabile, ogni volta che si parla di lei, sottolineare due aspetti: 1) la sua inverosimile fecondità: a settantadue anni ha prodotto più di quaranta romanzi, oltre a una nube densa di saggi, poesie e racconti e il suo ritmo non accenna a rallentare; 2) il Premio Nobel, che incombe sul suo nome ormai da lungo tempo. Se il secondo aspetto non è davvero interessante – che i vetusti accademici di Stoccolma continuino pure a interrogarsi se sia o meno il caso, se sia opportuno, riconoscere una volta per tutte il genio di JCO (come quello di altri indiscussi: Philip Roth, Cormac McCarthy…), lei nel frattempo non smette di pubblicare – la prolificità dell’ autrice è così evidente da divenire un elemento imprescindibile della sua poetica. In generale, si sa, la sovraproduzione è tossica per uno scrittore, ne inficia la qualità e soprattutto l’ intensità dell’ opera, ma vi sono autori per i quali essa è così smaccata da trasformarsi in un parametro essenziale per valutarli. Leggenda vuole che JCO scriva in continuazione. Si dice che durante i tour promozionali negli States si muova a bordo di un’ automobile dotata nella parte posteriore di una ribaltina su cui poggiare il computer portatile. Non stupisce. Come farebbe altrimenti a digitare un tale numero di parole? Sfogliando i suoi libri, si ha talvolta l’ impressione di trovarsi di fronte a statue sbozzate, mai rifinite, la cui bellezza risiede proprio nella primitiva spigolosità e ruvidezza del materiale grezzo. Non è raro imbattersi in ripetizioni, in strutture sbilanciate, in lungaggini che un sufficiente periodo di sedimentazione porterebbe facilmente a eliminare, in capitoli che naufragano nel vuoto, come se JCO non avesse avuto il tempo di rileggere la prima stesura. Come se non avesse avuto voglia. Eppure. Ogni sporcatura trova una perfetta collocazione nel suo flusso. Sembra quasi di vederla, minuscola com’ è, china sulla scrivania, con gli occhiali che le coprono il viso per metà e la camicetta demodé abbottonata fin sotto il mento: i fogli scivolano fuori dalla stampante e lei, distrattamente, li afferra e li getta alle sue spalle dove il pavimento è già cosparso di carta, in attesa che qualcuno si preoccupi di raccoglierli e riordinarli. Con l’ altra mano prosegue a battere sulla tastiera. Non si distrae, non smette. Per JCO, espressioni vacue e continuamente abusate come «ossessione della scrittura», come «compulsività», come «scrivere per sé» assumono un significato preciso. Altrettanto straordinaria è, a dispetto della mole di cartelle, l’ unità di senso della sua opera. (Quasi) tutta JCO è reperibile in un racconto di ventisei pagine appena, pubblicato alcuni anni fa in una raccolta curata da Janet Berliner e dalla Oates stessa: Figlie e Madri (Marco Tropea Editore). Addirittura, gran parte della produzione di JCO è riassunta nel titolo del suo racconto, composto di appena due sostantivi: «Madre Morte». Madre, dunque. Scrive JCO nell’ introduzione alla raccolta: «Forse su nessun’ altra parola della nostra lingua si sono sedimentate tante associazioni di idee convenzionali (…), eppure… come sono misteriose le madri! (…) Si ha l’ impressione che siano (loro) a esercitare la maggiore influenza, benigna o maligna che sia». Nel caso della Oates l’ influenza è spesso maligna. Le madri nella regione delle cascate sono nevrotiche, truccatissime, violente. Ma i figli non smettono di anelare al loro amore e di fallire nel raggiungerlo. Così Nikki, protagonista de La madre che mi manca, non riuscirà mai a levarsi di dosso la delusione trattenuta nel tono di mamma, quella volta che si è presentata a casa con un nuovo taglio di capelli. Poco più che una smorfia di disappunto ma sufficiente a rovinarle la vita. Skyler Rampike, la struggente voce di Sorella, mio unico amore (il grande capolavoro fra i libri più recenti di JCO), odia la sorella Bliss, Miss Principessina sul Ghiaccio del New Jersey, vorrebbe ucciderla per l’ affetto che gli ha sottratto. La mente di Jeannette Harth «si svuota di colpo» quando scorge in lontananza la figura di «Madre Morte», in una mattina ghiacciata d’ inverno. E Katya Spivak, nell’ ultimo Una brava ragazza sta cercando di mettere da parte un po’ di soldi con il suo impiego estivo da baby-sitter, quando la madre alcolizzata telefona da un motel di Atlantic City per chiederle – per esigere – un prestito. La madre, per JCO, è «oggetto di riflessione incessante e frustrante». È un gorgo di desiderio e sopraffazione da cui è impossibile salvarsi. A distanza di chilometri e di anni, donne e uomini dalle vite apparentemente normali si dibattono ancora nella trappola dell’ amore materno. È rischioso e invadente avventurarsi nelle ragioni personali di un autore, ma sembra che lo sforzo stesso della scrittura sia per JCO un atto di condanna della madre – i padri sono ininfluenti, spariti o tonti o alcolizzati – e insieme il tentativo disperato di gridarle, a settant’ anni suonati: «Sono qui! Guardami! La tua bambina! Sono brava! Sono brava». Vengono in mente altri scrittori, Georges Simenon e Philip Roth soprattutto. Li accomuna la supremazia della figura materna, così perfetta e ingombrante – Henriette, la donna algida che accoglieva gli sconosciuti a casa Simenon, e la madre inattaccabile e opprimente di Alex Portnoy, «così profondamente radicata nella coscienza» da indurlo a pensare che ogni donna sia lei travestita – e li accomuna la bulimia di scrittura. Che vi sia un legame allora? È possibile che l’ ossessione della madre conduca a un flusso debordante – «Mammina! Sono qui! Guarda cosa so fare!» -, mentre quella del padre costringa piuttosto alla stitichezza, alla prosa minuziosa e impaurita di chi comincia già schiacciato da una sensazione di fallimento, vedi Franz Kafka e Italo Svevo? No, mi dico subito. No di certo. Queste sono soltanto psico-idiozie. Morte, allora. La madre di Nikki viene trovata faccia a terra nel garage: assassinata. L’ incantevole Bliss Rampike è stata torturata e uccisa (da un familiare? da un ammiratore pedofilo?), il suo corpicino trascinato nell’ angusto locale caldaia. A Mary, la sorella di Jeannette Harth, è successo qualcosa di indicibile. Katya Spivak fugge da uno sconosciuto che la pedina all’ uscita dal lavoro, immagina che lui voglia violarla e poi scaraventarla in un fosso. Il mondo, nelle terre fradice attorno al lago Ontario, è minaccioso, pieno di angoli bui, di cantine, di legnaie, luoghi dove presto o tardi si consuma un delitto atroce, luoghi dove è facile nascondere un cadavere. Il colore del sangue, proprio come l’ odore pungente del profumo al limone di mamma, s’ impregna ai vestiti e non scompare nemmeno dopo centinaia di lavaggi. JCO sembra avvertirli entrambi sulle dita e allora scrive, scrive a più non posso, per pulirsi le falangi consumandole contro i tasti. Lì, dentro le sue storie, non ha paura di niente: fa il verso a Tolstoj – l’ incipit di Sorella, mio unico amore recita: «Le famiglie disfunzionali si assomigliano tutte» -, sfotte il pubblico («Ci sono dei lettori disposti ad ammettere di avere un interesse nei country club? (…) Se sì, questa stronzata malinconica è per voi»), sfotte se stessa («Nel romanzo di una scrittrice di successo, che vende fra l’ edizione rilegata e quella in brossura milioni di copie all’ anno, trovereste…»), sfotte gli scrittori «postmoderni», l’ America di oggi e di ieri, si lascia sedurre dallo slang e dal turpiloquio, dimentica la punteggiatura e non sbaglia un colpo! Sì, Joyce Carol Oates è una cascata. I suoi personaggi sono estremi in quel modo che fa storcere il naso a molti critici (forse anche agli accademici svedesi), sono estremi in un modo paurosamente reale. E lei, proprio come l’ acqua, riesce partendo da una sola molecola (Madre + Morte) a assumere le forme più diverse, a inondare, a rinfrescare, a infiltrarsi ovunque. Il germe della sua prosa, dispiegata in migliaia di pagine che non sono mai le stesse, esplode in poche parole strillate dalla signora Harth a sua figlia, mentre guida fuori di testa in fuga da Port Oriskany. Quasi una filastrocca: «Mi vuoi bene, sono tua madre e ti voglio bene, sei la mia bambina, è giusto che moriamo insieme».

di Paolo Giordano dal Corriere della Sera del 16 giugno 2010

I libri

Joyce Carol Oates (Lockport, NY, 1938) è considerata una delle voci più significative della narrativa americana. Autrice di culto è stata più volte candidata al Premio Nobel (con «Them», 1969, ha invece vinto il National Book Award). In Italia è da poco uscito il suo «Una brava ragazza» (traduzione di Sergio Claudio Perroni, Bompiani, pp. 217, 17). Tra gli altri libri della Oates tradotti ricordiamo «Sorella, mio unico amore» (Mondadori), «La madre che mi manca» (Mondadori), «Figlie e Madri» (Marco Tropea Editore).

2 thoughts on “Leggiamo, così diventiamo davvero pericolose

  1. Pingback: https://donnedellarealta.wordpress.com/2010/07/26/leggiamo-cosi-diventiamo-davvero-pericolose/ « Wildestwoman's Blog

  2. LA DURA VERITA’… GUARDA I VIDEO…

    —LA DURA VERITA’ 06… IL LAVORO; UN ASSASSINO SERIALE… guarda il video

    —LA DURA VERITA’ 05…IL MASCHIO… UN GRANDE BLUFF… guarda il video

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