Un nuovo modello femminile: la giudice Kagan, icona delle donne che vogliono rispetto

di Maria Laura Rodotà

Quasi nessuno, in Italia, sa chi sia Elena Kagan, giudice della Corte Suprema nominato da Barack Obama. Molti e molte, in Italia e altrove, sarebbero contenti di ascoltare la sua storia recente. Specie se sono avviliti da scelte e/o trattamento delle donne pubbliche (in quanto hanno un ruolo pubblico, non nell’ altro senso, popolarissimo da noi). Perché Kagan è un nuovo modello femminile, e sa farsi valere. Raccontiamola così. Prendete un equivalente simbolico di Rosy Bindi, mettetela davanti a una commissione parlamentare, e osservate una serie di eventi da film di Frank Capra (genere Mr. Smith va a Washington, anche se la protagonista è diversa, solidi ideali ma ingenuità zero): la nominata risponde con successo a ogni domanda, fa ridere il pubblico con le sue battute; e con la sua performance convince un primo, poi un secondo senatore del partito avverso al presidente a schierarsi dalla sua parte.

E’ quello che è successo negli ultimi tre giorni. Si sono concluse le udienze per la conferma di Kagan, primo procuratore generale donna del dipartimento della Giustizia, primo preside donna di Legge a Harvard, studiosa liberal. La commissione Giustizia del Senato ha approvato la sua nomina 13 voti contro 6. Tra i tredici c’ è un repubblicano, Lindsey Graham, amico del cuore di John McCain. Graham ha detto: «Nessuno, tranne forse McCain, si è impegnato più di me per battere Obama. Ora Obama è presidente, e mi da’ molte opportunità per dissentire da lui. Non questa volta. Miss Kagan è qualificata, ha carattere, conosce la differenza tra un giudice e un politico. Ha passato tutti i test». «Miss Kagan», non «Ms.», denominazione politicamente corretta. Si dice così nel Sud, nell’ ultraconservatore South Carolina, lo stato di Graham, dove già dicono che per questo voto avrà problemi di rielezione. «Pazienza, andrà bene tra gli elettori con un quoziente intellettivo superiore a 100», commenta un suo collaboratore.

Quelli che di Kagan apprezzano «la carriera nell’ università e nel servizio pubblico, e la stima che gode nella comunità giuridica», come ha detto, subito dopo Graham, un altro repubblicano, Richard Lugar dell’ Indiana. Annunciando che voterà in aula, in agosto, a favore della nomina di Kagan. Niente di scontato, anche qui. Tutto dovuto al valore della persona. Alcuni commentatori (a volte gli stessi che avevano scritto «è più radicale di quel che da’ a vedere, i pettegolezzi la danneggeranno, non voleva i reclutatori militari a Harvard, non ce la farà») ora la indicano come un nuovo tipo di figura pubblica: «post-gender», che pensa, agisce, viene giudicata a prescindere dalla sua identità sessuale. Kagan – una con le idee chiare, si fece fotografare sull’ annuario del liceo in toga e martelletto da giudice – non ha mai detto, come le altre giudici della Corte, Sandra Day O’ Connor, Ruth Bader Ginsburg e Sonia Sotomayor, che l’ essere donna ha influenzato la sua attività. Niente pensiero della differenza; invece, molta determinazione, chiara autostima, e parecchio senso dell’ umorismo. Durante le udienze, quando le hanno chiesto se era favorevole a trasmettere in tv le sedute della Corte, ha risposto: «Sì, anche se mi toccherà andare più spesso dal parrucchiere». E nel futuro, una differenza femminista potrebbe farla proprio lei. «Alla fine, l’ approccio post-identitario di Kagan conterà di più nell’ evoluzione delle donne che nelle decisioni della Corte Suprema», ha scritto sul New Republic Naomi Schoenbaum, giurista della University of Chicago. E già ora, dopo due mesi di discussioni e massacri mediatici, Kagan è riuscita a diventare un personaggio ammirato. Navigando come Mister Magoo tra i pettegolezzi dei blogger di destra («è lesbica»), le gaffes della Casa Bianca («no che non è lesbica») e qualche analisi ragionevole («cosa ce ne importa se è singola o lesbica?»). Affrontando i senatori con battute da ebrea newyorkese. E diventando un’ icona, sobria e secchiona. Soprattutto, ottenendo ciò di cui tutte le donne, anche se non lo sanno, hanno bisogno: essere rispettate (molte sue coetanee cinquantenni in lotta col tempo, molte ragazze che sperano di fare strada in quanto femmine attraenti, non ci riescono, c’ è poco da fare).

dal Corriere della Sera – 23 luglio 2010

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