Gelmini, Carfagna: Ma dove andate, ragazze?

Il Cavaliere è in declino e le sue due ex pupille si danno un gran da fare per rifarsi un’immagine. Entrambe vorrebbero diventare governatori: Mariastella in Lombardia e Mara in Campania

di Denise Pardo

L’una ha fatto il gesto più politico che ci sia, ha chiesto scusa pubblicamente (ai gay che aveva maltrattato). L’altra, ha messo faccia e firma su “Liberamente”, fondazione anti-predellino, libretto di risparmio politico per il post Cavaliere, guardato da tutti con genuino interesse, con genuino sospetto. Erano due “zucche” per dirla con l’eleganza del loro premier, due zucche per giunta miracolate, trasformate non in principesse, status poco sexy odoroso di anti-tarme, ma in ministri della Repubblica, con la missione preferita dagli uomini quando offrono potere e auto blu, di fare soprattutto le belle statuine.

Ora Mara Carfagna, ministro delle Pari opportunità, e Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione, università e ricerca, nominate come minimo per grazia ricevuta, si sono messe in testa di fare altro, per esempio di fare politica, crearsi una rete di relazioni, alleati, grandi elettori e serbatoi di voti. Lo negherebbero di sicuro, ma semiologicamente parlando è chiaro che stanno pensando a come sopravvivere a Lui, a come non essere legate alla parabola berlusconiana, a come prepararsi al futuro Big bang.

Ben diverse dal modello da plutopreside alla Letizia Moratti, agli antipodi dal tipo placida sellerona normanna alla Stefania Prestigiacomo, sono feline, anzi sono due furie. Ansiose di mettersi in proprio e di poter contare su una corrente, e pazienza se il grande Capo non le digerisce (o almeno fa finta). Corrente del Golfo quella di Mara, corrente campana, quindi calda anche se, dopo la sua nomina e dopo le bollenti polemiche che ne seguirono, si è infilata nello stile estatico di una carmelitana però non scalza, perché, non esageriamo, politica sì ma a tacco alto. Corrente del Garda quella della nordica e siderurgica Mariastella, effervescente quanto un tailleur. Due Evite parallele.

Prima evoluzione politica del tradizionale berlusconismo al femminile, ovvero passivo e totalmente dipendente dagli umori e dai favori del Cavaliere, Carfagna e Gelmini che non hanno conosciuto altro leader all’infuori di lui, al tempo della nota discesa in campo, la prima aveva 19 anni, l’altra 21, si stanno cimentando, rischiando grosso e infastidendo parecchio la casta dei bramini del Pdl, nel tentativo di rappresentare un bel pacchetto di mischia e un botto di voti.

Gelmini, carriera folgorante, in cinque anni da assessore alla Provincia a ministro, sotto feroci macumbe di professori, studenti, genitori, insomma di metà dell’Italia scolare e universitaria che la detesta per tagli, riforme e posizioni oscurantiste, ora si è buttata anima e corpo in “Liberamente” dandole vita con Mario Valducci, responsabile degli enti locali, e il ministro degli Esteri Franco Frattini, aderenti Giancarlo Galan e anche Carfagna, tutta pura razza berlusconiana, scudo contro gli uomini ex An, sempre più tesi al controllo del partito insieme ad altri galantuomini azzurri, vedi Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri, vedi Denis Verdini.

Adesso che Aldo Brancher, ministro di un blitz miseramente fallito, ha altro da fare, Gelmini potrebbe aver sgomitato al momento giusto e magari prendersi il ruolo di pontiere tra Lega e Pdl. È vero che i rapporti tra lei e i descamisados verdi non sono mai stati quelli di Castore e Polluce, anche perché loro avrebbero voluto incassare il suo ministero. Ma ora l’aria è cambiata e se Bossi, per esempio, chiede, come ha chiesto, le graduatorie regionali per i professori, Gelmini, mansueta come un armadillo, concede, concorda, applaude. È cresciuta sul Garda, il maggior lago italiano che abbraccia e lambisce ben tre regioni del Nord, una grande cerniera, proprio quello che vuole essere lei.

Più giù, in quel di Napoli, la battaglia di Mara è più chiassosa, evidente, persino stupefacente. Si è messa di traverso e a voce alta contro la candidatura a governatore di Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia, indagato e sotto richiesta di arresto (respinta dalla giunta delle Autorizzazione a procedere della Camera). Ha tramato perché desse le dimissioni da coordinatore regionale. E, dopo aver piazzato la sua protetta Caterina Miraglia come assessore regionale all’Istruzione, ha deplorato le nuove nomine all’insegna del “nepotismo e trasformismo”, leggi Cosentino e De Mita. E ora sta affilando le unghie per affrontare, preannunciano off the record i suoi, di nuovo la scandalosa faccenda di un sottosegretario accusato di avere cordiali rapporti camorristici, imperterrito e intoccabile coordinatore Pdl. Praticamente, la stessa posizione di Marco Travaglio, nemico mediatico numero uno del grande capo.

Ma quel che conta, è che le signore sono state, appunto, contate. E in effetti, hanno mostrato di controllare un bottino molto appettitoso. Al Nord, la Gelmini, gran rastrellatrice di voti fin dal 2006, ha ereditato un bel po’ del consenso dell’ex ras Dc Gianni Prandini. In Campania, Carfagna che ha voluto a tutti i costi candidarsi alla regionali (e le poteva andare male) che ha sbancato con quasi 60 mila voti, record da quando c’è questa legge elettorale, che ha indispettito così tanto Berlusconi (con la storia di Cosentino) da fargli sostenere sfacciatamente l’ex meteorina del Tg4 Giovanna Del Giudice e Emanuela Romano, (ora nominate entrambe assessore, una alla Provincia di Napoli, l’altra al Comune di Castellammare di Stabia), ha intercettato un consenso molto variegato. Quello controllato dal suo pigmalione politico, Italo Bocchino, capo dei famigerati finiani, l’ampio bacino di voti del senatore Raffaele Calabrò, cattolico vicino all’Opus Dei, e persino l’appoggio di Paolo Cirino Pomicino, ancora influente. Quando si parla di correnti, che sia Garda o Golfo c’è sempre la divina intercessione della gran maestra Dc.

Anche se la popolarità del ministro Gelmini indietreggia di mese in mese nella cupa atmosfera di fine impero del governo, la Gelmini politica, raggiunte e risolte con nordica efficienza la tappa del matrimonio e della maternità, presa ormai confidenza con le insidie romane del ministero, coriacea al ripetitivo rogo delle piazze, ha cominciato a dedicarsi all’espansione della personale macchina di consenso, puntando persino al livello nazionale. Da mesi guardava l’orizzonte alla ricerca di una casa dove mettere radici, farsi largo e prendere le distanze dai tre coordinatori, dai capigruppo e dai loro colonnelli. Ha cominciato a frequentare i Club della Libertà messi su da Valducci, portatore di un’influenza sul territorio molto attraente. Ma prima di aderire a “Liberamente”, a cui ora si dedica quasi come al suo dicastero, si è consultata, astuta, con Roberto Formigoni: è noto che vuole prendere il suo posto, ma adesso si guarda bene dall’irritarlo. Un tempo era stata meno avveduta. Qualcuno ricorda uno dei primi Consigli dei ministri in cui aveva risposto per le rime a Giulio Tremonti che l’aveva piantata su due piedi lasciandola di stucco. Ora, cuce e ricuce, aggira e rigira, quando ha bisogno parla con Letta, si appella a Berlusconi, torna da Letta, tormenta ma non appare e alla fine ottiene persino dall’orco all’Economia. E, come se l’urticante attivismo di “Liberamente” non la riguardasse personalmente, Gelmini non dà requie al capogruppo Maurizio Gasparri con cui ha un ottimo rapporto, perché l’aiuti a calendarizzare al Senato la sua riforma dell’Università con una data certa.

Nel frattempo, la trama della politica delle alleanze prende aria e si espande: non vuole fermarsi al Nord, ma prevede di lanciare un ponte anche con il Sud. Quindi, ecco il nuovo afflato con il pugliese Raffaele Fitto, ministro per gli Affari regionali. E lo sbarco in Sicilia, il 10 luglio con “Liberamente” che promuove un convegno in trasferta a Siracusa, patria di Stefania Prestigiacomo, con tanto di capo della Farnesina al seguito e, naturalmente del ministro Carfagna.

Dopo le roventi polemiche seguite alla sua nomina a ministro, dopo le sue dichiarazioni da inquisizione spagnola contro l’omosessualità, e dopo l’incomprensibile scelta di occuparsi di una campagna di prevenzione per il tumore alla prostata frullando mago Silvan, corna, ferri di cavallo e altri “scientifici” ammennicoli anti-jella(“Non affidatevi alla fortuna”), Carfagna le ha azzeccate tutte. Ha preparato ogni intervista, ogni intervento in pubblico come un esame, prevedendo domanda per domanda, trappola per trappola. È riuscita a far diventare un reato lo stalking, presente da molti anni negli altri Paese europei, mettendo d’accordo maggioranza e opposizione, non badando agli iniziali simpatici commenti dei colleghi al Consiglio dei ministri (“Vuoi vedere che adesso mollo un ceffone a mia moglie e tu mi mandi in galera”). Ha lavorato fianco a fianco alla deputata Paola Concia ed erano insieme alla celebrazione al Quirinale della prima giornata italiana contro l’omofobia : lì si è cosparsa il capo di cenere e ha recitato il mea culpa per le sue vecchie posizioni e gli strali contro i gay pride. Ma non ha sentito ragioni quando lo stesso premier le ha fatto presente che era il caso di ammorbidire l’improvvisa giravolta, visti i problemi rappresentati da coppie di fatto e altre spinose questioni ostiche per non dire ostili, lato mondo cattolico. Per molti è ancora difficile dimenticare il suo curriculum iniziale non proprio da Ena francese, ma come non apprezzare oggi il suo passaggio da velina a paladina di diritti civili? Chi la conosce bene la descrive come una donna capace di una disciplina ferrea, con una volontà che non guarda in faccia a nessuno. Ha imparato i rudimenti e la strategia. Alla fine di una riunione con funzionari del ministero dell’Interno e vertici della Polizia, erano tutti molto colpiti dalla sicurezza con cui esprimeva le sue opinioni. Parla come un libro stampato, in effetti. Ed è tipico di chi ha così paura di essere colto impreparato da imparare quasi a memoria la lezione. Ora ha detto chiaro e tondo a Berlusconi e a Verdini che andrà avanti nella battaglia su Cosentino, e succeda quello che deve succedere con i vecchi oligarchi campani. Non vuole diventare il sindaco di Napoli, anche se l’aveva abilmente confermato. Come minimo, governatrice pure lei, stesso obiettivo dell’amica Mariastella. Non è chiaro cosa pensi il premier dell’avanzare delle due ministre. Ma quello che non concederebbe mai a un suo uomo politico, lo perdonerebbe di sicuro sia a Mara che a Mariastella.
da L’Espresso (12 luglio 2010)

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