Adele Cambria: “Nove dimissioni e mezzo”, l’Italia vista da una cronista ribelle

Foto di Manuela Fabbri

Adele Cambria racconta la sua esperineza di giornalista: l’arrivo a Roma per lavorare e vivere da sola negli anni ’50, i tanti cambiamenti di testata per non accettare compromessi, gli incontri e le emozioni

di Silvana Mazzocchi
Mezzo secolo di cronaca, di personaggi, di processi e di spettacolo, e d’impegno quotidiano. Una pioniera con il pallino del giornalismo, Adele Cambria, una passione iniziata tanto tempo fa, quando, a metà degli anni Cinquanta, venire a Roma giovanissima per lavorare e vivere da sola, più che una sfida suonava come puro atto d’incoscienza. E non solo: Adele, curiosa e impavida, minuta e fragile all’apparenza quanto caparbia e solida nella sostanza, ha seguito nel tempo uno stile ben poco praticato nel nostro Paese e, pur di non accettare compromessi o mediazioni a suo giudizio impraticabili, ha cambiato spesso testata e redazione. Dimettendosi ogni volta, per scelta o per costrizione. Per ricominciare tutto da capo.

Quotidiani, settimanali, televisione: Il Mondo, Paese Sera, Il Giorno, La Stampa, Il Messaggero, Telesera, L’Espresso, L’Europeo, L’Unità. In Nove dimissioni e mezzo, sottotitolo: le guerre quotidiane di una giornalista ribelle (Donzelli editore), Adele fa scorrere la sua vita professionale in contemporanea con l’Italia della seconda metà del Novecento, alle prese con il cambiamento e la modernità. Un pozzo di ricordi, di eventi, di retroscena e di aneddoti. Dagli anni d’oro del Festival dei Due Mondi di Spoleto al processo per il delitto Martirano; dalle bombe di piazza Fontana del ’69 alla strage di via Fani e al delitto Moro del ’78; fino alle interviste con i grandi del tempo. Da Jean Paul Sartre a Soraya, da Grace Kelly a Fellini, a Pasolini, di cui divenne grande amica e che la volle come attrice in tre dei suoi film.

Racconta con ironia Adele e, con la consueta pignoleria solo all’apparenza svagata, evoca “l’adrenalina della notizia” che da sempre la tiene legata al suo lavoro, di scrittura soprattutto, arte che lei da sempre pratica con sapienza. In grandi quotidiani come Il Giorno, nei mesi del suo esordio avventuroso, o in settimanali di rottura culturale, come Il Mondo o L’Espresso, o in giornaletti di frontiera tipo Alternativa (la rivista del Movimento politico dei lavoratori di Livio Labor) dei primi anni Settanta. Per percorrere , in seguito, altre strade professionali: libri, servizi televisivi, carta stampata, pubblicazioni femministe.

La scoperta del rutilante mondo romano e milanese, il fascino dei personaggi  da rotocalco, le rubriche di prestigio e il suo nome in bella vista, non impedirono ad Adele di prestare, nel 1972, la sua firma  al giornale di Lotta Continua, diretto da Adriano Sofri, che doveva però avvalersi di direttori responsabili iscritti all’Albo professionale. E anche da lì lei si dimise all’indomani dell’uccisione del commissario Luigi Calabresi, a causa dell’editoriale comparso in prima pagina. Per forte dissenso e con coerente lealtà.

Tutto racconta Adele, da quando nel ’56 Pannunzio le impose lo pseudonimo maschile di Leone Paganini (“tempi favolosi, vivevo nel miracolo…”) sino a ieri, all’ultimo taglio di firme provocato dalla grave crisi editoriale che ha segnato la fine della sua collaborazione all‘Unità. Da quando, nei Cinquanta e nei Sessanta, si sentiva vittima (presunta) del suo “analfabetismo politico” (come lei definisce con qualche civetteria il suo approccio ai fatti, direi laico e radicale, scevro da qualsiasi gabbia sia ideologica che di aprioristico schieramento, e dunque spesso poco gradito a editori e direttori) al femminismo dei Settanta, vissuto come via maestra della partecipazione politica. E tutto Adele ci consegna, con umorismo, leggerezza, intelligenza. Da cronista di razza, attenta osservatrice dell’Italia e di se stessa. Un libro che ogni giovane (giornalista e non) dovrebbe leggere.

Nove dimissioni e mezzo, sei stata soltanto una ribelle, o cosa?
Non una giornalista ribelle” ma una creatura “intollerante”. Non a caso, su un remoto numero di Panorama – parlo di qualche decennio fa – si disegnava una mappa del femminismo, in cui io venivo definita “femminista intollerante”. E l’intolleranza, come è noto, (vedi la c. d. “intolleranza alimentare”) non conosce terapie efficaci. Nel mio caso, nemmeno la vecchiaia riesce a liberarmene… Ma, chi sa per quale benevolenza del destino, sento attorno a me, nonostante tutto, un alone di simpatia, che mi fa star bene. Insomma – come ripeto spesso – piaccio a chi voglio piacere. E mi basta.
Il giornalismo sta cambiando con la velocità della luce. Una  cosa che rimpiangi e una che ti sembra, invece, positiva.
Rimpiango tante cose: l’odore del fatto di cronaca, respirato sul posto, l’espressione dei volti visti da vicino, i corpi stessi, come si muovono… E poi ho un rimpianto storico, quello per gli incontri di qualità, che facevo nei primissimi mesi  in cui ho cominciato a scrivere sui giornali, e non sapevo nulla o quasi di loro, parlo di Jean Cocteau, che si lasciò amabilmente intervistare da una ragazzetta calabrese sconosciuta, o di Sibilla Aleramo, di cui ignoravo il primo romanzo, Una donna, e che incontravo spesso nelle gallerie d’arte, col suo volto perfetto incorniciato da due bandeaux di capelli bianchi, e uno scialle russo, nero con rose rosse, sulle spalle…
Del giornalismo di oggi apprezzo, invece, le risorse offerte dalla rete, E’ una scoperta che ho fatto in occasione di questo libro, per controllare l’esattezza (o meno) della mia memoria.
Che consiglio daresti ai tanti giovani  che vogliono diventare giornalisti?
Solo questo: coltivate la passione per la scrittura, e la curiosità per la vita. Il primo suggerimento vi aiuterà ad avere qualcosa di appassionante da fare svegliandovi tutte le mattine,  fin quando conserverete cuore e cervello all’erta. (Ci vogliono entrambi). Il secondo vi farà divertire un sacco, pur in mezzo alle catastrofi in genere da voi stessi prodotte. Un ultimo consiglio ovvio e banalotto: partite appena possibile per un Paese anglofono, e restateci almeno due anni senza mai incontrare un italiano.

 

418j5tqeu-l-_aa160_Adele Cambria
Nove dimissioni e mezzo
Donzelli, Pag 280, euro 17,30.

da la Repubblica del 30 giugno 2010

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