L’operaia va in paradiso

di Silvia Truzzi
Novembre 2011, Pomigliano d’Arco. L’operaio Vernillo sta per cominciare il suo ménage notturno. L’accordo a tre turni sdogana anche quello che inizia alle 22. E lì alle 10 di sera in un lunedì autunnale, come spiegato in un “reportage dal futuro” sul Sole 24 Ore di qualche giorno fa, inizia la nuova vita di Antonio, il Marcovaldo spensierato del Terzo millennio. Una pagina edificante illustrata con vignette a base di caffè fumanti, passeggiate al parco, visite in parrocchia, tempo trascorso con i figli a fare i compiti. Lavoro duro, ma non disumano. E comunque meglio della disoccupazione, si dirà. Però – uno dei tanti però – l’operaio Vernillo è un uomo. Mentre se ne va a costruire Panda in fabbrica a casa con i figli c’è la moglie. Che succede se il lavoratore è una donna? Niente. Nella bozza di accordo, spiegano i sindacalisti della Fiom, non è prevista nessun trattamento diverso.

Tanto che ottanta operaie hanno già chiesto la mobilità perché non saprebbero come gestire la loro famiglia (e la loro casa) con questi nuovi orari. È una domanda che non può essere ignorata e naturalmente la risposta non può essere “avete voluto la parità, tenetevela”. Perché se gli uomini – al comando o alla pressa non importa – vogliono ancora avere una famiglia, dovranno tenere conto di chi i figli li fa e li cresce. E del “cumulo di mansioni” casa-figli-lavoro (sonno, sempre meno). Massimo Fini, ieri su queste colonne, diceva che noi abbiamo già un ruolo: ce l’ha dato Madre Natura. Ovvero essere compagne e madri. Sulla qual cosa non c’è dubbio, come è evidente che la storia non si percorre all’indietro. E le conquiste – istruzione e lavoro – non si possono dismettere. Però è vero che nella società del “produci-consuma-crepa” non c’è tempo per la vita. Mentre guardavo le ridicole vignette dell’operaio Vernillo mi è tornato alla mente un suo collega. “L’operaio Arturo Massolari faceva il turno della notte, quello che finisce alle sei.

Per rincasare aveva un lungo tragitto, che compiva in bicicletta nella bella stagione, in tram nei mesi piovosi e invernali. Arrivava a casa tra le sei e tre quarti e le sette, cioè alle volte un po’ prima alle volte un po’ dopo che suonasse la sveglia della moglie, Elide. Spesso i due rumori: il suono della sveglia e il passo di lui che entrava si sovrapponevano nella mente di Elide, raggiungendola in fondo al sonno, il sonno compatto della mattina presto che lei cercava di spremere ancora per qualche secondo col viso affondato nel guanciale”. Poi “L’avventura di due sposi” (Da “Gli amori difficili”, Italo Calvino) finiva così: “Elide andava a letto, spegneva la luce. Dalla propria parte, coricata, strisciava un piede verso il posto di suo marito, per cercare il calore di lui, ma ogni volta s’accorgeva che dove dormiva lei era più caldo, segno che anche Arturo aveva dormito lì, e ne provava una grande tenerezza”. Io, leggendo, una grande malinconia. Quella della lontananza.

da il Fatto Quotidiano del 20 giugno

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