L’anoressia nel racconto (premiato) di una ragazza di 15 anni

L’anoressia vista da una quindicenne (che usa già parole di donna). Sembra una testimonianza ed è invece un’opera di fantasia di una ragazza, Francesca Biondi, che con il racconto che vi proponiamo ha vinto il primo premio, riservato al biennio, del concorso di scrittura del liceo scientifico “Quadri” di Vicenza.

Trasportata dalla corrente

di Francesca Biondi
L’umanità viene spesso divisa in categorie, come se si potessero definire le persone descrivendole con un unico termine, come se ciò non fosse limitante e restrittivo.
Per cinque anni Lei è stata definita anoressica, come se tutto quello che è stato significativo nella sua vita, il suo essere uguale e contemporaneamente diversissima da ogni altra persona al mondo fosse annullato dal suo peso.
Il suo problema non era solo esteriore, non lo si poteva catturare con uno sguardo, non si limitava alle sembianze scarne della ragazza o all’inquietante sporgenza delle ossa del bacino: il suo problema era ed è la sua angoscia.
Un’angoscia che la prende e le attanaglia le viscere; è la paura di non piacere. È quella stessa paura che la spingeva a rifiutare il cibo in ogni sua forma e a chiudersi sempre di più in se stessa, imprigionata in una clinica che cercava di guarirle il corpo e la mente, con sofferente monotonia, giorno dopo giorno.
Non parlava più, trascorreva le sue giornate immersa nel candore di quella stanza che puzzava di ospedale e che, impregnata di sofferenza e malinconia, la estraniava sempre più da quel mondo da cui cercava di fuggire.
Nessuno, nemmeno lei, saprebbe dire come tutto ciò ebbe inizio. Era sempre stata insicura, introversa, completamente incapace di costruire delle amicizie. Quando si guardava allo specchio si ritrovava a fissare un riflesso che considerava banale, privo di qualsiasi grazia nelle forme e nel movimento. Era arrivata ad odiarsi, ad odiare il suo corpo e il suo carattere timido che la frenava, ogni qualvolta qualcuno tentasse di penetrare lo spesso strato di freddezza che si era costruita intorno, impaurita da qualsiasi tipo di relazione umana.
La spaventavano le persone e, ancor più, l’idea di deluderle; forse era per questo che, nascondendosi agli altri, sottraendosi al loro sguardo, allontanandoli con ostentata riservatezza, cercava di rendersi invisibile. L’unica soluzione plausibile era scomparire. Forse fu così che scoprì l’unico modo di sentirsi forte. Affamarsi era l’unica cosa da cui traeva l’energia per proseguire, era il suo motore, una potenza che la faceva sentire diversa, arrogantemente superiore. Sempre più magra e sempre più distante da quella che era stata la sua vita fino a quel momento.
Si era ritrovata a naufragare, sempre più lontano, seguendo un itinerario casuale, trasportata dalla corrente, verso un abisso, qualcosa che non riusciva a controllare. Era in balia di quella corrente, che era la vita di cui lei non teneva più le redini.
Fu così che si ritrovò rinchiusa in quella clinica, dove esisteva solo l’inverno: si potevano coprire le pareti di fiori, ma regnava un gelo perenne. Conduceva un’esistenza precaria, in equilibrio tra la vita e la morte, seguendo una dieta di mantenimento che la soffocava.
Si era inconsciamente accorta di tutto, aveva scoperto il suo dolore e quello era stato il momento peggiore. Si sentiva cacciata dal suo paradiso, svuotata dalla potenza del suo malessere. Si era resa conto della sua follia e ora lottava contro di essa, anche se la malattia che l’aveva tenuta in pugno per anni tentava di riemergere e sovrastare la ragione.
Ora quella ragazza è una donna, ha un peso normale, vive una vita apparentemente comune, ma non è guarita. Ci sono giorni in cui non vuole vedere nessuno, in cui le sembra di essere tornata l’adolescente che era, in lotta contro un mondo che non sempre accetta e spesso respinge. Ma, anche se a volte si sente una superstite, ha ripreso quel viaggio che è la vita, che nessuno smetterà mai di compiere, all’inseguimento dei sogni che ognuno di noi custodisce.

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