Non ci bastano i lavori di serie B

Renée Etogo – Camerunense, vive in Italia da quando aveva 19 anni e lavora nel marketing. È stata scelta tra i 25 studenti di Talea, scuola di leadership per immigrati.

di ElenaTebano da City 7 giugno 2010

A cosa serve una scuola di leadership per immigrati?
Intanto a dimostrare che ci sono molti talenti immigrati, anche se vengono ignorati. E a ricordare anche a noi che non dobbiamo accontentarci dell’immagine che viene data di noi dai mass media.
Sarebbe?
Soprattutto le seconde generazioni, i figli (nati e cresciuti in Italia) di quelli che sono venuti qui a cercare vite migliori, hanno l’istinto di reagire con rabbia: si sentono sempre ripetere che sono persone di Serie B, destinate a fare i muratori o le “badanti”. Oppure finiscono per vedersi così – che è ancora peggio.
È successo anche a lei?
Io non mi sono accontentata. Ma ogni volta che ho cercato un lavoro migliore, i colleghi mi ripetevano: “Ma sai quanti italiani farebbero la fila per essere al tuo posto?”. Come a dire: devi essere grata che non fai le pulizie. Anche se hai il master. La gente si aspetta che tu voli basso. Se hai ambizioni, non rientri nel cliché.
È ancora difficile trovare lavori qualificati, se sei immigrato o figlio di immigrati?
Caspita! Anche solo avere un colloquio. Me ne sono accorta dopo essermi laureata: ho mandato i curricula in tutta la provincia e non sono mai stata chiamata, neppure per un incontro.
Lei come ha fatto?
Ho iniziato dal call center Vodafone, e poi ho avuto la fortuna di essere spostata da Bologna a Milano, che mi ha aperto altre possibilità. Avevano bisogno di qualcuno che conoscesse le lingue e per fortuna gli italiani che le sanno sono pochi.
Per fortuna?!
È brutto da dirsi: ma dopo per noi diventerà ancora più crudele. I datori di lavoro tendono a preferire sempre gli italiani, anche se sono meno qualificati di un figlio di immigrati. Un po’ come succede quando hai candidati un uomo o una donna: di solito scelgono l’uomo.
Immagino che sia ancora più duro per le seconde generazioni…
Sì, e infatti sono le più arrabbiate. Per questo bisogna dare loro gli strumenti perché abbiano l’ambizione di farcela. Ma anche la pazienza per educare chi dice certe cose, magari in buona fede, solo perché non conosce certe realtà. Di sicuro è faticoso, ma è importante. Scappare è troppo facile
Da tutto quello che lei dice emerge un immenso senso di responsabilità…
Sì, io lo chiamo “volontariato intellettuale”. Me ne sono accorta molto presto: ero sempre la prima immigrata a fare quello che facevo… la prima nera a entrare nel call center di Vodafone a Bologna, per esempio. Ti rendi conto che all’inizio tutti ti guardano stupiti: “ma come mai sai così bene l’italiano?” mi chiedevano.
Che effetto fa?
Sono un po’ delle piccole vittorie. Ma allo stesso tempo sai che hai anche la responsabilità di spianare la strada per chi verrà dopo. Quello che faccio io sarà preso da esempio per giudicare ciò che possono fare gli altri membri della mia comunità di origine: c’è poco fa fare, è così. Succede con tutti: ancora di più con gli immigrati.
Perché ha deciso di partecipare alla scuola di leadership di Talea?
Per l’ambizione che le dicevo prima. Ma ho deciso dopo aver visto il programma e il forte investimento morale che c’era sulla scuola. E poi volevo anche una migliore formazione giuridica: è importante sapere quali sono i tuoi doveri, ma anche quali sono i tuoi diritti.
Qual è lo stereotipo che le dà più fastidio?
“Voi neri fate sempre casino”. Sembra una banalità, ma ti perseguita anche quando vai a cercare una casa in affitto. E il livello di integrazione si vede anche dall’accesso ai servizi base. Trovare una casa per me è sempre una via crucis. Ormai ho imparato e mi faccio precedere dal lavoro che faccio e dallo stipendio che prendo. E poi mi fa impazzire un’altra cosa.
Cosa?
Quando vedono una donna straniera danno per scontato che sia sempre più sottomessa e succube di un uomo rispetto alle italiane. Sai quante volte mi hanno detto “Sei diventata troppo italiana”…
A proposito: lei vuole restare in Italia?
So che da vecchia vorrò tornare in Africa. Magari nel frattempo, però, mi piacerebbe anche fare una piccola esperienza in un altro Paese europeo. Non so, vedrò: dipende anche dalle occasioni. Certo è che penso di essermi “meritata” di vivere in Italia. In più io questo Paese l’ho scelto: quando lo critico è perché lo amo.
Certo lei è preceduta da un bel “bagaglio”: straniera, donna, nera. È come se la gente vedesse quello, prima di lei…
Sì, devi mostrare di valere come persona e rivendicare più radici: perché fanno tutte parte di te. Quando arrivi a 19 anni da sola, magari la sera piangi. Ma dopo, ti fai la corazza e ci giochi anche un po’: a volte faccio più l’italiana, a volte più l’africana…
Ma lei è un’eccezione o ce ne sono tante di immigrate come lei?
Una marea! (Ride, ndr.) Una marea.

La vita in 5 date

1965
“Nasce mia mamma Irenée. È stata l’unica in famiglia – mio padre non voleva lasciarmi andare – a dire: vai in Italia, devi studiare, perché è l’unico modo per una donna per essere libera”.
1976
Renée Etogo nasce a Yaoundé, capitale del Camerun.
1991
Nelson Mandela, il leader della lotta sudafricana contro l’apartheid viene liberato. “È l’ultimo ricordo che ho davvero di casa mia. L’11 febbraio è anche festa nazionale in Camerun: la Giornata della Gioventù. È stata una emozione enorme: mi sono resa conto di essere un pezzo di storia. E ho pensato: come è bello essere africana, oggi”.
1996
Arriva in Italia per studiare Scienze politiche a Bologna . Intanto lavora nei call center. Dopo la laurea fa un master in Diritti Umani e uno in Marketing e Comunicazione. Adesso lavora a Milano.
2010
Viene scelta tra i 25 studenti di Talea: 23 di origine straniera o immigrati, due italiani. “Scuola di leadership per Seconde generazioni”, Talea “è lo strumento per radicarsi e non sciupare i propri sogni” (http://talea.cisiamo.eu).

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