Ragazza di strada

Quel monocale su quattro ruote davanti all’Atm

di Luca Fazio
da il Manifesto del 30 maggio 2010

Lei da lì non si muove. Fino a quando non la riassumono. Non fa tragedie, sorride. Nel suo proclama di resistenza a oltranza non c’è traccia di retorica barricadera, ha il viso disteso, non ha neanche perso il buonumore. Sembrano più tesi i suoi colleghi di lavoro, tutti maschi. Da quasi due settimane le stanno attorno per non lasciarla sola ma si capisce che sono loro che senza di lei si sentirebbero più soli: Jessica Capozzi è un esempio, dovrebbe esserlo per tutti.
È una donna di 34 anni che ha perso il lavoro e di conseguenza anche la casa. E non ci sta. Non rivendica un diritto messo nero su bianco su un pezzo di carta, perché l’azienda per cui lavora ha tutto il diritto di licenziarla; era stata assunta a tempo determinato – un anno e poi chissà… – e allora come si permette adesso di sfidare da sola l’Azienda Trasporti Milanesi (Atm)? «Mi avevano promesso il posto e adesso me lo ridanno». La si incontra nella sua nuova casa: un’automobile parcheggiata davanti al deposito Palmanova di via Esterle. Ci vive da 12 giorni.
«E meno male che ho una Toyota se fosse una 500 sarei rovinata», dice. Ci si mette un po’ a capire per quale motivo c’è qualcosa che non quadra in questa storia di normale disperazione. Non è Jessica, lei è a posto, troppo lucida, sono gli altri, tutti gli altri, un’intera generazione tagliata fuori, quelli che non fanno come Jessica, loro sì che sono un po’ strani, quelli che non si ribellano più, che non trovano la forza per «salire sul tetto». Lei, invece, è tutt’altro che mortificata. Anche se un mese fa un pezzo grosso dell’azienda l’aveva convinta a lasciare Fara Gera d’Adda, un piccolo paese vicino a Bergamo, per prendere casa vicino a Milano, a Brugherio, «non ti preoccupare, di lavoro all’Atm ce n’è… ti facciamo un altro contratto».
Jessica ci crede – e perché non dovrebbe? – e quindi cambia casa, anticipa 1.200 euro di caparra per la nuova abitazione (è un mese del suo stipendio) e poi, improvvisamente, il 17 maggio arriva la doccia fredda, un giorno prima della scadenza del contratto. Licenziata, anzi no, arriva la naturale conclusione del rapporto di lavoro – come dicono tutte le aziende in questi vigliacchi casi. «Ho lasciato la casa e non sapevo dove andare – spiega come se la sua fosse la scelta più naturale del mondo – allora ho pensato che l’unica cosa che mi rimaneva era la macchina, e che il posto più sicuro per dormire era questo, qui davanti al deposito: almeno sono vicina ai miei colleghi, incontro quelli dei turni di notte, insomma riesco a chiudere occhio dalle 6 alle 9 del mattino… ma io da qui non mi muovo». La sua automobile nera è schermata dai fogli di una raccolta firme (400) e da un volantino (1) di un piccolo sindacato.
Jessica dorme come può su un sacco a pelo circondato da barattoli di yogurt, sigarette e succhi di frutta, ma non è uno sciopero della fame. «La sera qualcuno mi porta da mangiare, cucinano le mogli dei colleghi, o le madri…». Le madri? Un ragazzo di 35 anni srotola una busta paga, sono 1.490 euro al mese, «ma con 64 ore di straordinario però!… e come faccio, a Milano, ad andarmene da casa dei miei?».
Giusto, però Jessica… Lei non si lamenta dei suoi 1.000 e poco più euro, a lei piace il suo lavoro. Fa l’autista e guida certe bestie di pullman, non quelli che percorrono le vie cittadine ma i Granturismo, quelli che coprono l’hinterland milanese – con orario di servizio spalmato dalle 7 del mattino alle 20. A lei piace così. Ha sempre guidato.
Dieci anni fa aveva un furgone e ha cominciato a trasportare di tutto, prima letame, poi vestiti, «così ho girato tutta l’Italia». Perché l’hanno fatta fuori? Perché non è il tipo che si fa trattare come un numero di matricola – «sono 62840» – e se deve dire una cosa la dice, a costo di vedersi spezzettare l’orario di lavoro per ritorsione, un problema che però liquida con un’alzata di spalle.
Si vede che i colleghi le vogliono bene. La stimano. A turno passano a trovarla. C’è anche chi con pudore si avvicina per allungarle una busta, una piccola raccolta fondi da parte di un altro deposito Atm (Officine Teodosio). E adesso? Jessica non sa come smuovere le acque, non è abituata a maneggiare i giornalisti, e i colleghi nemmeno, forse metteranno un video su you tube, forse le Rsu di qualche altro deposito cercheranno di trasformare la «casa» di Jessica nel luogo simbolo di una protesta collettiva, dove è sacrosanto ribellarsi anche contro un regolare ma lurido contratto a tempo determinato, magari per lavorare in un’azienda dove si fanno milioni di ore di straordinario all’anno.
Strano a dirsi, ma in un contesto così c’è solo una domanda che sembra del tutto fuori luogo: scusate, sono già passati 12 giorni… ma i sindacati dove sono?

Jessica rimane una ragazza di strada

da il Manifesto del 1 giugno 2010

Jessica resta una ragazza di strada. Continua a vivere e dormire in macchina davanti al deposito dell’Atm Palmanova in via Esterle a Milano. Il suo contratto a termine da autista non è stato riconfermato nonostante le promesse. Lei nel frattempo aveva lasciato casa e ora non ha altro posto dove andare a dormire. Jessica ha 34 anni ed è una di quelle «bamboccione» precarie che non si arrendono all’idea di dover rinunciare al proprio lavoro. E non importa se per legge la sua azienda ha il «diritto» di lasciarla in mezzo a una strada. Dopo dieci giorni di protesta almeno un risultato lo ha ottenuto. Non è più sola. La sua storia interessa giornalisti e fotografi. I colleghi, nonostante le pressioni dell’azienda dei trasporti milanese, passano a trovarla. «Sono diventata una specie di confessore – racconta – il mio caso non è unico e molti me lo vengono a dire, anche se subiscono le pressioni dell’azienda che cerca di isolarmi. Vogliono fare terra bruciata intorno a me». Sabato è passato a trovarla anche un dirigente dell’Atm. «Mi ha detto che sto perdendo la mia dignità. Di smetterla di fare la barbona, tanto i colleghi non mi aiuteranno e in azienda non mi riprenderanno neanche per pulire i cessi. Dicono di volermi procacciare un lavoro in un’altra azienda di trasporti, pare abbiano mandato una email a mio nome per farmi ottenere un contratto di 12 mesi, di cui 11 di prova… Insomma basta un nulla per ritornare senza lavoro. E poi io voglio il mio lavoro, quello che mi è stato promesso e che mi è stato negato. Loro invece vogliono far apparire che rifiuto l’aiuto aziendale perché non voglio lavorare. E’ paradossale. In più adesso dicono che mi hanno licenziata perché avrei fatto un incidente, ma non è questa la vera ragione…siamo al braccio di ferro». Vicino a Jessica ci sono i Cobas che stanno pensando di indire lo stato di agitazione anche in altri depositi Atm.

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