Metterci la faccia…

di Silvia TruzziIl Fatto Quotidiano del 23 maggio 2010

Dov’è il paese reale? Se lo domanda Maria Luisa Busi nella lettera in cui ha annunciato l’abbandono della conduzione del Tg1. Si domanda dove sono le donne che devono aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla. “Quelle coi salari peggiori d’Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perché negli asili nido non c’è posto”. E poi commenta: “Devono farsi levare il sangue e morire per avere l’onore di un nostro titolo”. E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? “Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie. Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari? E i cassintegrati dell’Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del nord-est che si tolgono la vita perché falliti?”. Molte domande, una sola risposta: abitano le nostre stesse strade e piazze, ma non si fanno vedere perché danno fastidio.

Chi ha visto la giornalista dopo le dimissioni, ha scritto di sigarette accese una dietro l’altra e occhi lucidi. Il pianto è spesso stupidamente inteso come manifestazione di debolezza. Ma c’è più forza nel gesto della Busi che nell’allegro restare dove si è senza farsi troppe domande. Il commento del direttore Minzolini (“Volevo spostarla al tg delle 13:30, l’avrà saputo”) non è ingeneroso. È un regalo dello specchio: lui se ne sarebbe andato per quello, per evitare una “retrocessione”, non certo perché la coscienza si rivoltava nello stomaco. Tendiamo ad attribuire agli altri – esercizio di superbia e intolleranza – le nostre debolezze. Lo stesso deve aver fatto Maurizio Lupi (Pdl) che ha dichiarato: “Fa la vittima per godersi venti minuti di notorietà”. Nemmeno si è reso conto che di popolarità la Busi, dopo 21 anni di telegiornali, forse non ha bisogno. Il paese reale non sta nel Tg1 e nemmeno lo guarda: ha perso quasi un milione e mezzo di spettatori da febbraio a oggi. Perché molti fanno come Milena Gabanelli che ha spiegato: “Non mi piace, semplicemente non lo seguo”. E come lei, evidentemente, tanti altri. Sarà disobbedienza civile anche questa? Nessuno ha pensato che gli editoriali del direttore, il suo uso disinvolto di presunti sinonimi (“assoluzione” per “prescrizione” nel caso Mills, non fa mai male ricordarlo) hanno allontanato anche gli abbonati. La lettera della Busi è piena di verità: mentre le cose vanno male, parliamo di danza del ventre, della dieta paleolitica per mantenersi in forma, di come si diventa “cacciatori di fulmini” o maggiordomi. Una professione, quest’ultima, che forse non le piaceva. Ha spiegato le sue ragioni, se n’è andata, ha tolto la sua (bella) faccia, si è presa il solito strascico dei commenti offensivi. Laura Chimenti, 34 anni, da poco approdata all’edizione delle 13:30, la sostituirà: la meno invidiabile delle promozioni.

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