Un linguaggio maschilista e violento

di Graziella Poluzzi

La lingua è stata costruita ed è gestita da chi ha potere, e cioè dai maschi in grande prevalenza; oggi ci sono anche alcune donne, che possono incidere, ma sono ancora molto poche. Su tutte le lingue, anzi meglio “linguaggi”, grava il peso delle degenerazioni, delle parolacce, che in gran parte inveiscono sulle donne: porca Eva, porca troia, puttana, “mona”, ecc… e con pesanti allusioni sessuali dialettali e nazionali.
Ci siamo abituate, ma quanto incidono con la loro abbondante cadenza sulla diffusione di un maschilismo violento?
Anche nel linguaggio, come avviene con l’abuso gratuito dell’immagine televisiva del corpo della donna, quotidianamente vilipesa, anche nel parlato usuale si denigrano le donne, si urla contro, svilendole, calpestandole e noi neanche ci lamentiamo. Capisco che confronto alle violenze vere, fisiche, siamo a livello di rose e fiori, ma è già con la parola pesante che si diffonde il concetto cruento, le parole veicolano i pensieri: alla violenza verbale potrà poi seguire quella reale, si comincia arando il terreno e seminando e poi si può passare ai fatti.
Date tali premesse si deduce che la donna può essere oggetto di vituperio impunemente, con il pieno appoggio della solidarietà maschile e l’acquiescenza scontata femminile. Le parole hanno molto più potere di quanto noi crediamo, specie se urlate, insistite con abbondanza quotidiana, accettate come un intercalare.
Dovremmo essere più critiche sull’uso dell’insulto gratuito a nostre spese. A cominciare dalla propria famiglia, dalla scuola dei nostri figli, dalla Tivù di stato, in cui circola un lassismo verbale inquietante. Speriamo che aumenti il potere delle donne giornaliste, manager, scienziate, ma su questo punto esiste un interrogativo: quante donne in grado di incidere porteranno avanti un discorso di “cura femminile” e quante sono completamente assorbite e conformi al modello maschile imperante e vincente? Molte hanno introiettato “gli usi in corso” e non analizzano certo il problema del linguaggio in sé e con ottica filosofica e sociologica. Chiudo per ora invitando le gentili signore un po’ scurrili a considerare qualche alternativa e misurarsi anche con “porco Adamo”, “porco ariete” e “porco al porco”.

One thought on “Un linguaggio maschilista e violento

  1. Concordo in tutto, il linguaggio è l’espressione della cultura dominante, e la “parolaccia” in uso è stata pensata dalla cultura maschile, per cui ne rispecchia tutto il panorama immaginario. Vogliamo adeguarci o voglliamo controbatterlo? Ricordo storico: tanti, tanti anni fa, le donne dei movimenti femministi avevano cominciato a mettere al bando le parolacce maschiliste, appunto in quanto tali: poi ce ne siamo tutte dimenticate, perché ricordarsene ogni volta che ci serviva un’espressione “forte”, cioè fulminante, sintetica ed espressiva, era troppo faticoso, e quindi era più facile adagiarsi sull’abitudine delle parole che la cultura maschile ci forniva già bell’e pronte, con tutto il loro carico di violenza misogina e, perché no, anche sessuofobica. Non è facile trovare un’alternativa, ma varrebbe la pena di riprovarci.

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