Il ritorno di Erin Brockovich contro Bp

L’attivista che ispirò il film con Julia Roberts invita alla class action. Obama: nuove trivellazioni solo in condizioni di sicurezza

di Massimo GaggiCorriere della Sera 23 maggio 2010

«Alzatevi in piedi e gridate forte. Non vogliamo la vostra merda. Dovete reagire. Io so bene come vanno queste cose. I danni saranno enormi. Questa è la peggior tragedia ambientale della storia americana. E può diventare l’ultima grande battaglia della mia vita». Arrivata sulla soglia dei 50 anni (li compie tra un mese) Erin Brockovich, l’ ex reginetta di bellezza divenuta paladina della lotta contro i grandi inquinatori, scende nel Golfo del Messico per sfidare la Bp. Da quando, dieci anni fa, è stata resa celebre dal film che ha il suo nome come titolo – una pellicola che valse un Oscar a Julia Roberts – la Brockovich è diventata una missionaria e anche una professionista dell’ ambientalismo. È stata conduttrice di trasmissioni televisive, ha aperto una società di consulenza, ha scatenato altre offensive legali associandosi con avvocati di grido. Ogni volta Erin rievoca la battaglia che iniziò nel 1991 in California contro la Pacific Gas & Electric, accusata di aver inquinato alcune falde acquifere col micidiale cromo esavalente. Uno scontro epico con l’ ex Miss West Coast che, pur non avendo mai studiato giurisprudenza, riuscì a mettere con le spalle al muro la società elettrica, che due anni dopo fu costretta a pagare alle vittime dell’inquinamento un indennizzo di 333 milioni di dollari: un’ enormità per quei tempi. Una vittoria esaltante, ma anche un’ esperienza dolorosa trasformata in una lezione d’ ambientalismo che, con gli opportuni aggiornamenti, da allora viene riproposta in continuazione.

Anche nel suo tour lungo la costa minacciata dalla marea nera, il petrolio che continua a sgorgare dalle profondità del Golfo del Messico, la Brockovich non ha risparmiato le tinte fosche. Da Pensacola in Florida a Biloxi, in Mississippi, passando per l’ Alabama, Erin ha esortato centinaia di persone – pescatori, operatori turistici, cittadini comuni, tutte potenziali vittime del disastro ambientale – a non sottovalutare la minaccia e a non farsi prendere dalla rassegnazione: «Attenti alle conseguenze di lungo periodo di questi veleni sparsi nell’ ambiente. Io sono tornata e ritornata per anni nei luoghi contaminati dei casi di cui mi sono occupata trovando ogni volta una proliferazione delle malattie autoimmuni, degli ammalati di cancro, dei bimbi affetti da asma. E tanti, troppi funerali. Ripenso a tutto questo quando vedo le immagini dell’ “oil spill”.

Non so darmi pace. A volte mi sveglio in piena notte con la bocca dello stomaco serrata». Un discorso da vera «pasionaria» della lotta contro le multinazionali che inquinano ma anche da perfetta professionista dell’ industria della «litigation»: i grandi studi legali che vivono di cause per danni avviate dai cittadini contro professionisti e aziende di ogni tipo – il chirurgo, l’ ospedale, l’ azienda automobilistica – e portate avanti individualmente o sotto forma di «class action». E Erin, nel Golfo, ci è arrivata come portabandiera di un gruppo di studi legali. Sono loro gli organizzatori delle manifestazioni di sensibilizzazione dell’ opinione pubblica. E lei non lo nasconde di certo: la sua decisione di occuparsi del disastro ecologico provocato dall’ esplosione di una piattaforma petrolifera della BP risale al 5 maggio scorso e scaturisce da un accordo con Wietz & Luxemberg, un grande studio legale di New York specializzato in cause contro «avvelenatori» di vario tipo col quale la Brockovich collabora da anni.

Col suo «medagliere» pieno di cause vinte contro aziende che usavano l’ amianto o che avvelenavano con le polveri di carbone, Wietz & Luxenberg si è precipitato ad aprire succursali nell’ area del Golfo appena il petrolio ha cominciato a sgorgare dalle tubature spezzate a 1500 metri di profondità. Subito seguito dagli altri grandi studi specializzati di New York e Washington. È la «carica degli avvocati» che, come abbiamo raccontato qualche giorno fa da New Orleans, ha fatto dire a molti che sulla costa del Golfo del Messico la marea delle denunce è arrivata prima di quella del petrolio: 40 cause e 32 «class action» fin dalla prima settimana. Ora i procedimenti giudiziari che attendono di essere avviati sono già centinaia. E i «comizi» di Erin non faranno che moltiplicarli. Guai grossi per la BP e per tutta l’ industria petrolifera che in futuro dovrà spendere molto di più in sicurezza e indennizzi.

Anche perché il presidente Barack Obama ha detto che nuove trivellazioni saranno possibili solo se sarà garantita pienamente la sicurezza. Ma problemi anche per un sistema giudiziario che rischia la paralisi da ingorghi e conflitti di competenza: i primi a capirlo sono proprio gli avvocati le cui parcelle vengono fuori dagli indennizzi pagati a fine processo, come sa per prima Erin che ricevette 2,5 milioni di dollari per la causa che la rese famosa. Così gli stessi avvocati si sono già rivolti all’ organismo federale incaricato di risolvere i conflitti tra distretti giudiziari chiedendo di «consolidare» 130 cause in un unico procedimento. L’authority risponderà a luglio.

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