Veleni, faide e fronde: la sconfitta delle donne sindaco

Resiste solo la Moratti. In tre anni persi tre capoluoghi. Il caso Fiorenza Brioni che esce di scena a Mantova e dice di non essere mai stata amata proprio perché donna. «I partiti pensavano di poterci usare»

di Luigi Corvi
dal Corriere della Sera del 15 aprile 2010
MILANO – La maledizione delle donne sindaco in Lombardia. Se fosse un film, potrebbe essere (a seconda dei casi) un thriller, una spy story o una commedia all’ italiana. Di certo dal 2007 al 2009 tre donne alla guida di altrettanti capoluoghi sono state costrette a dimettersi dopo vicende tormentate, ricatti, pressioni e colpi di mano in cui – come ammettono le stesse protagoniste – ha avuto un ruolo determinante l’essere donna. E oggi, dopo la sconfitta del sindaco di Mantova Fiorenza Brioni che ha denunciato apertamente di non essere stata mai amata all’ interno del suo partito proprio perché donna, non c’ è più uno spicchio di rosa nei capoluoghi lombardi.

Bianca Bianchini, 57 anni, indipendente, ha guidato una giunta di centrodestra a Sondrio dal 2003 al 2007.

Resiste soltanto Letizia Moratti, costretta a subire sempre più spesso attacchi dall’ interno della sua coalizione mentre Bossi già «prenota» Milano per l’anno prossimo. La «maledizione», che colpisce trasversalmente centrodestra e centrosinistra, ha visto cadere, nell’ ordine, le donne sindaco di Sondrio, Pavia e Lecco, con una vittoria alle successive elezioni delle coalizione opposte. Nel capoluogo della Valtellina, feudo incontrastato della Lega, l’indipendente Bianca Bianchini, alla guida di una giunta di centrodestra, fu costretta a firmare le dimissioni nel luglio del 2007 (a 10 mesi dalla fine del mandato) dopo nove crisi nel giro di tre anni e rifiutando di piegarsi ai voleri della Lega. Piera Capitelli fu eletta a Pavia nel 2005 (quando ancora c’era l’Unione) e all’inizio del 2009 fu costretta a lasciare quando tre consiglieri ex Margherita si unirono ai 19 dell’ opposizione facendo cadere la giunta con le loro dimissioni. Destino simile a quello della leghista Antonella Faggi che a Lecco era stata eletta nel 2006 ed è stata mandata a casa nell’ ottobre scorso grazie a 5 consiglieri del centrodestra che avevano firmato le dimissioni con i 16 della minoranza.

Piera Capitelli, 60 anni (Pd), sindaco di Pavia (2005-2009), è stata tradita da tre consiglieri della maggioranza.

«La questione – dice la Bianchini – è che in molti pensano di poter far fare a un sindaco donna quello che vogliono. Io ho resistito a pressioni fortissime, senza soddisfare gli appetiti delle cinque forze politiche che componevano la giunta. Ma le donne – continua l’ex primo cittadino di Sondrio – hanno rigore e pragmatismo, guardano più alla bontà delle cose che al consenso e questo mette a disagio gli uomini che, con arroganza, puntano solo all’ esercizio del potere». La pensa così anche Piera Capitelli. «È vero, i dirigenti di partito pensano che le donne sindaco siano più influenzabili degli uomini. Io – dice l’ ex sindaco di Pavia che arrivò anche a far bonificare il suo ufficio temendo che ci fossero microfoni nascosti – ho subito uno stress enorme ma alla fine ho retto, cosa che non è successa a chi non sopportava un sindaco donna». Non ha rimpianti, ricorda la grande solitudine in cui la lasciò il suo partito, le resta molta amarezza. «Per le donne sindaco – sostiene – il potere consiste nell’ esercitare un ruolo pubblico mettendo in campo le proprie capacità e in questo sono

Antonella Faggi, 48 anni (Lega) sindaco di Lecco sino al 2009, quando è stata costretta a dimettersi.

ostacolate da un eccesso di politicismo che anima gli uomini, per i quali il potere è un’ altra cosa». Lo sa bene Antonella Faggi che dalla sera alla mattina si è vista tradita da uomini della sua maggioranza. «Ma – ci tiene a precisare – nella mia esperienza ho visto tanta cattiveria anche al femminile. Al di là dell’ ambiente politico che circonda il sindaco, alle donne si fanno comunque rimarcare di più le cose, vengono di più colpevolizzate. E il retropensiero degli uomini è sempre lo stesso: “Tanto poi le faccio fare quello che voglio”». Ci sono cose che una donna primo cittadino non può fare e un uomo sì? «Certo», risponde la Faggi. «Per esempio se in un consiglio comunale io avessi mandato a quel paese, con parole un po’ forti, l’ opposizione, avrebbero detto: “Quella non sta bene”, o “Ha mal di testa”, oppure “Ha un brutto carattere”. Se lo avesse fatto un uomo avrebbero semplicemente commentato: “Questo è uno con le palle”».

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