La bella età

di Silvia Truzzi

da il Fatto Quotidiano, 11 aprile 2010

Guardate Stefania Sandrelli, appena candidata come miglior attrice protagonista ai David di Donatello per la “Prima cosa bella” di Paolo Virzi. Guardatela oggi, a 64 anni: è bella. Dolce, rasserenante, è una donna morbida che non ha perso la grazia buffa e nemmeno la simpatia. E conserva l’impasto tra seduzione e ingenuità che  da sempre è la sua cifra principale. Bella: e non solo per le forme che hanno incendiato lo schermo de “La chiave” di Tinto Brass, non solo per l’incantevole viso che stregava Mastroianni in “Divorzio all’italiana”. Anche per la capacità di essere spontanea, altra qualità preservata.  Non si è trasformata in è un mostro che tira su gli anni con il bisturi, sfigurando la faccia in una maschera (che non è quasi mai gradevole – gli esempi si sprecano – perché si vede che è finta è c’è poco da fare). Non si concia come una ragazzina, si veste come una persona normale della sua età. Ha continuato a essere un’attrice e una donna. Una donna tutta, non solo un’ombra o il ricordo di qualcosa. E così svela che si può permettere al tempo di trascorrere senza viverlo come una sconfitta. Guardiamo gli anni che passano sempre come la minaccia del declino, succede soprattutto alle donne. Ma è un paura che frega, perché spesso fa fare stupidaggini come infilarsi il botox sotto la pelle o peggio deprimersi irreversibilmente. Non è solo il frutto di un distorto e disastroso rapporto tra il dentro e il fuori, ma anche dell’incapacità di accettare la metamorfosi, vissuta esclusivamente come fine e perdita di una felicità che un tempo era promessa. La giovinezza è un insieme di possibilità, diceva (bene) Camus. Però è anche un’età complicata, incerta, oggi molto lunga e non meno inquieta perché sempre alla rincorsa. Di aspettative da fronteggiare, del tentativo di far corrispondere l’esistenza  a quelle inarrivabili baciate da successo o dalla fama. “Diventare qualcuno”, che non è mai diventare se stessi. In “Rivolta e rassegnazione” Jean Améry parla con penosa rabbia della vecchiaia come uno smarrimento dell’identità personale. Più passato che futuro, più “chi sei stato” che “chi sarai”. Ma forse è solo “chi continui a essere”. Non è un pensiero consolatorio o giustificazionista, è – anche questa – una possibilità. Con gioie e libertà (per esempio dagli assilli del lavoro) da non sottovalutare. Parliamo d’amore? Basta, di nuovo, andare al cinema per stupirsi di insperate felicità: “Settimo cielo” di Andreas Dresen o “E’ complicato” con un’altra signora che ha molte cose da dire sul tema età: Meryl Streep.

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