Da un anno mia sorella è… «quella nelle foto»

L’Aquila: questa è una delle immagini simbolo del terremoto che il 6 aprile 2009 alle 3:32 fece 309 vittime, 1500 feriti, danni per oltre 10 miliardi e più di 60 mila sfollati (fonte http://www.ansa.it/)

di Ilaria Carosi

Il 6 aprile 2009 mia sorella è diventata quella sulle fotografie. Quella che ci sorride senza poter rispondere. Quella a cui si possono regalare solo fiori perché i cioccolatini non li mangia più. Io per molti sono diventata la sorella di Claudia, qualcuno mi ferma e me lo chiede titubante, quasi avesse paura di disturbare, quasi temesse una mia reazione di stizza in questa perdita di identità che invece mi dà un senso di piacere. Tanto stordita ci sono lo stesso.

Foto dal quotidiano L’Unità

Una nostra concittadina, su un quotidiano, si è definita una formica impazzita, ha detto proprio così: noi aquilani siamo diventati formiche impazzite. È la verità. Siamo diventati qualunque cosa ed il perfetto nulla. Ci aggiriamo come zombie in uno spazio che non è più quello che conoscevamo ed amavamo, la verità è che siamo morti tutti quella notte, in un modo o nell’altro.

Essere tua sorella è una delle poche certezze che mi è rimasta salda nella testa e allora rispondo orgogliosa di sì, sono la sorella di Claudia. Sarò tua sorella per tutta la vita. È strano, dicevi sempre che il mio Ego sormontava tutto e tutti, facevi il gesto con le mani, disegnando un semicerchio: «Ego!». Buffo vero? Ora al posto del mio nome viene l’essere tua sorella, immagino quanto te la ridi…

Invece a dire che sei morta non ci riesco più. Dico «ho perso mia sorella», come si potrebbe dire di una cosa che non trovi più e che continui a cercare, come di una cosa che forse hai perso anche un po’ per colpa tua, per incuria, per scarsa affezione, distrazione. Ecco, sì, ci siamo distratti un attimo e non ti troviamo più e allora continuiamo a cercare, cercare, cercare. E ad aspettare, in un tempo che si è fermato e che spesso indugia nel passato.

Ho sempre pensato che un nonno burbero come nonno Elpidio ce lo avessimo solo noi. Ero rimasta ferma in corridoio, bloccata al buio tra la camera di zio e la porta del bagno, a fianco di quel mobiletto su cui era posato il telefono. Forse dovevo andare a prendere qualcosa e all’improvviso ero rimasta lì immobile, senza avere né il coraggio di andare avanti, né quello necessario per tornare indietro. In bilico. Lui è sbucato alle mie spalle, mi ha chiesto quale problema avessi e quando gli ho dato la risposta, ha guardato serio i miei occhi di bambina e ha detto con tono di voce solenne: «Un Carosi non ha paura di niente!». Fine del discorso. Fine di tutte le mie paure. Era il Carosi più anziano e se lo diceva lui doveva essere vero per forza, la sua autorevolezza era superiore a quella di mio padre. Soprattutto, dettaglio nient’affatto irrilevante, avere di nuovo paura avrebbe significato non essere una Carosi, e allora che cosa sarei stata mai? Di chi ero figlia? O ancora, se mi fossi concessa di avere paura non sarei più stata membro del clan, non lo avrei potuto meritare. Corsi a dirtelo, pensavo di farti un favore, nonno mi aveva appena regalato la pozione magica utile a sconfiggere orchi e uomini neri, eri una Carosi anche tu, capisci che significa? Ma tu eri più piccola e non potevi cogliere l’enormità di quell’enunciato, mi hai risposto che avevi paura e basta: «Ma allora non sei una Carosi!», e tu lì a piangere e piangere. Ed ecco che le sgridate me le presi io!

Foto da repubblica, it

24 agosto 2016: «Distruzione, morte e disperazione. L’Italia piange ancora una volta, scossa e dilaniata da un altro terribile terremoto che ha colpito il cuore del Paese. Nella notte un forte sisma di magnitudo 6,0 ha devastato l’area fra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo, provocando morti e feriti. La prima scossa, violentissima, alle 3.36 del mattino» (da http://www.repubblica.it/)

In un giorno d’estate, stavamo giocando nel cortile del palazzo, quel palazzo, potrei descrivere a memoria ogni angolo dell’appartamento, i giochi di luce del sole nelle diverse ore della giornata, l’odore dolciastro e stucchevole che c’era nel mobiletto con le ante scorrevoli in cui nonna teneva lo zucchero a velo, il lievito, le ciliegie candite e i cristalli di zucchero. Giocavamo spesso in quel piccolo spazio esterno con le mattonelle quadrate che si suddividono in quadrati più piccoli e qualche ciuffo di erba che spunta qua e là, negli spazi lasciati liberi dal cemento. Guardavamo attraverso le finestre delle cantine sul cortile, riservando la nostra attenzione soprattutto a quella del signor G., che utilizzava tale spazio come deposito per decine di gabbie di uccelli. Credo che all’epoca mi piacesse guardarli, anche se dalla grata della piccola finestra fuoriusciva un puzzo tremendo. A te che le ali ce le hai sul serio, la passione per i volatili è rimasta anche da adulta. Se capitava di incontrarlo, il signor G. ci permetteva di seguirlo là sotto, di accompagnarlo a mettere il mangime agli uccellini, c’era un casino infernale, cantavano e cinguettavano all’impazzata, in mezzo al puzzo e allo svolazzare di mille piume. Quella mattina il signor G. non c’era, pertanto ci aggiravamo intorno a quelle finestre, dandoci le spinte per guadagnare il posto in prima fila, quello che permetteva di osservare meglio.

Non so cosa successe, io e nonna non ce lo siamo mai spiegate, so solo che a un certo punto dicesti che ti usciva del sangue dalla testa. Nonna pensava che ti fossi ferita con i cento colpi di spazzola che ti davi sui capelli ogni mattina, secondo me ti eri ferita allo spigolo di quella mini scalinata che conduce al locale caldaie. Fatto sta che salimmo di corsa da nonno, ricordo la tua testa infilata nel lavandino del bagno, l’acqua fredda che ti scorreva sui capelli, il sangue che non si fermava. Nonna supplicava nonno di portarti all’ospedale, forse avevi bisogno di punti. Nonno diceva di no, era un taglio piccolo, sosteneva di esserne fatto uno molto peggiore in Africa e di non averne avuto bisogno. Tu nemmeno piangevi, in mezzo al teatrino che stava andando in scena. E sono sicura che dei punti ci servissero. L’istante è stato quello, sei diventata anche tu una Carosi, abbiamo smesso di avere paura di qualunque cosa, siamo diventate donne forti e coraggiose. Coraggiose e forti.

Eppure ci hanno ingannato, non basta andare a testa alta, fare il proprio dovere, tenere gli occhi aperti di fronte alle difficoltà piccole o grandi che la vita ci propone, rimboccarsi le maniche ogni volta per ricominciare, rialzarsi dopo le cadute, essere coraggiose non basta. E non basta perché nel mondo in cui ti muovi ti relazioni con altri e i veri orchi e uomini neri li incontri nel mondo, incontri quelli privi di scrupoli che ti tagliano le gambe anche quando giochi «pulito», quelli che ti guardano spronandoti ad andare avanti, senza accorgersi di quanta strada ogni giorno tu faccia, quelli che ti dicono che il 6 aprile è un giorno come un altro. Lo è, per noi parenti delle vittime, che ormai parenti lo siamo diventati tra di noi, è esattamente come il 2, il 3, il 4 del mese, la solita lotta per aprire gli occhi, alzarsi dal letto e continuare a combattere. Il 6 aprile tu gli occhi non li hai riaperti, li hai chiusi con coraggio e con forza li hai tenuti chiusi. Forte e coraggiosa sei volata via.
da l’Unità del 6 aprile 2010

Da Margherita

Immagine dal profilo Facebook della giornalista Margherita Rinaldi

SÌ, LA SCRITTURA HA UN POTERE TAUMATURGICO

di Lidia Ravera

Ilaria Carosi ha lunghi capelli neri, un sorriso timido e coraggioso, un luminoso sguardo malinconico. Si è avvicinata al tavolo dove, dietro un piccolo schieramento di schermi portatili, abbiamo fatto il giornale e ascoltato i cittadini de L’Aquila. Avevo appena annunciato che nel pomeriggio avremmo letto qualche brano dall’antologia che la Casa editrice Textus avrebbe pubblicato in autunno, una raccolta di ritratti delle vittime del terremoto. Alcuni scritti sotto l’urto della conoscenza diretta, altri ricostruiti su scarne notizie biografiche da «lavoratori della letteratura», e perciò dell’empatia (come me). Mi ha detto: «ho scritto un ricordo di mia sorella». Le ho chiesto di leggerlo. Mi ha guardata, si è guardata attorno, come per cercar di capire se poteva affidare a me, a noi, una testimonianza così intima, così personale, eppure così universale. L’ho incoraggiata. Credo nel potere taumaturgico della scrittura. Credo nella necessità della scrittura, per mantenere accesa la compassione, quel soffrire collettivo, quella capacità di farsi carico del dolore degli altri, che distingue gli umani dagli animali. Credo che quando perdi una persona amata, una sorella, testimone insostituibile della tua infanzia, si crea, nella tua vita, un sorta di strettoia, che impedisce, come una barriera di sassi in un torrente, il fluire naturale di giorni, pensieri, affetti. Credo che evocare la persona che non c’è più è forse l’unico modo di rimuovere l’ostacolo e ripristinare il flusso. Ilaria ha incominciato a leggere in un silenzio assoluto, la voce appena incrinata: «Il 6 aprile 2009 mia sorella è diventata quella sulla fotografia. Quella a cui puoi regalare solo fiori perché i cioccolatini non li mangia più». Con questo dolcissimo epitaffio, abbiamo celebrato, tutti insieme, la cerimonia del ricordo.
da l’Unità del 6 aprile 2010

AGGIORNATO IL 24 AGOSTO 2016

2 Risposte

  1. «Cara Paola, in questa parte d’ Italia oggi, veramente, non si riesce a pensare e a concentrarsi su altre cose. È come se il corpo, che in un primo momento ha reagito con vivacità, adesso prenda a poco a poco consapevolezza del pericolo corso, di ciò che poteva capitare anche ad esso, e gli organi interni cominciano a dolere tutti. A casa mia non si è fatto pranzo perché i movimenti per prepararlo non sono venuti fuori. Dopo le primissime ore, abbiamo cercato di non vedere altri telegiornali per cercare di non essere completamente consapevoli dell’entità e delle conseguenze del terremoto, e questo si chiama meccanismo di difesa, ma adesso siamo incollati alla televisione, io con un plaid sopra le spalle, per cercare di scaldarmi da un freddo solamente interno (proprio adesso c’è stata un’altra scossa). Si pensa ai bambini morti, che potevano essere anche i nostri nipoti, agli anziani intrappolati, non più agili nei movimenti, a ciò che ha provato chi era ammalato e non in condizione di muoversi autonomamente dal letto. E si perde anche la nozione del tempo. Adesso ti saluto. Arquata del Tronto l’avevo visitata benissimo l’anno scorso. Per una volta, d’estate, è meglio stare a Milano». (da Facebook)

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  2. Ho contattato su Facebook Ilaria Carosi, l’autrice di questo articolo, è lei mi ha risposto così: «Non mi aspettavo di vederlo… dopo tanti anni… fa piacere sapere che qualcuno non dimentica. Sono tornata un’ora fa da Rieti…. sono andata come psicologa… è io mio lavoro…
    E stavolta, glielo assicuro…è un disastro… un caro saluto, Ilaria».

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