Ci scrive Graziella Poluzzi: «Le parole che usiamo sono coniate al maschile. Inventiamoci qualche neologismo più appropriato»

Non ci piace l’immagine della donna che il presidente trasmette col suo comportamento e con le sue tivù e non solo le sue, visto che è in grado di condizionare anche le tivù di Stato con il solito conflitto di potere, che non è un tema ritrito e vecchio come vogliono far credere, ma è sempre di stretta irrisolta quotidianità. La televisione promuove e incentiva la crescita di modelli femminili non degni di una società paritaria tra maschi e femmine in un crescendo di regresso culturale vergognoso. Di peggio in peggio: le scelte degli incarichi governativi statali o locali fatte con lo spirito del provino da avanspettacolo.

Ciò premesso, si può anche rilevare che pure il linguaggio è maschilista. Piccola nota lessicale sull’espressione utilizzatore finale. Metto in rilievo come sia chiara la parola prostituta, assieme ai tantissimi spregiativi tipo zoccola, puttana, troia, che specificano un certo tipo di donna, usati e abusati con abbondanza, spessissimo fuori luogo anche come bestemmia, come intercalare, piovono a iosa giudizi sulla moralità femminile. Mentre per definire il maschio che va a prostitute mancano le parole. Il noto avvocato di Berlusconi, Ghedini, nel difendere il suo assistito è ricorso con sapienza oratoria al temine utilizzatore finale, che tutte abbiamo notato.

Questa mancanza di vocaboli sui nostri compagni in cerca di sesso a pagamento, questo vuoto lessicale vorrà dire qualcosa: come spesso ribadito, le parole che usiamo, sono coniate al maschile. Siamo state zitte, complici, assenti anche in questo. Inventiamoci dunque un linguaggio appropriato e sfoghiamoci un po’: è l’ora dei neologismi da inventare e portare avanti. Io butto subito un sasso: i sesso-peripatetici, i postribolisti o sviliviri, i casinotteri, i pro-magnaccia. I sex-paganti (e le sex-appaganti). Spero ne seguano altri e numerosi e vincano le migliori invenzioni.

Annoto che una parola adatta ci sarebbe: casinista, ma è usata in altro senso, chissà perché. Mi soffermo sul: pro-magnaccia, che mette in evidenza il lato oscuro e colpevole della ricerca sui marciapiedi e fa del richiedente un correo dei gravi reati della criminalità organizzata. Mi sembra che almeno la parola abbia il suo peso e diventi incisiva. Il prosti-paga è invece una parola più leggera, specifica solo il mercimonio, che non è reato. Bisogna evidenziare la differenza. Il modo in cui si dice, diventa il nodo cruciale.

Mi rivolgo in particolare alle giornaliste che trattano il tema. Se finora abbiamo taciuto, è ora di cambiare rotta. Non basta la parola, però già può incidere sull’opinione pubblica. È un minimo di cui dobbiamo farci carico.

Graziella Poluzzi
www.women.it/umorismo/

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