Ci scrive la prof. Chiaretti da Venezia: “Manca un’assunzione di responsabilità”

Mi ha molto inquietato il manifesto che afferma una linea di continuità tra un’immagine del femminismo, quello del ’68 in particolare, e un’immagine porno del corpo della donna.

Il passaggio dalla rivendicazione “il corpo è mio” alla commercializzazione del corpo femminile mi è sembrato a prima vista assurdo, ma poi mi sono chiesta se non solleciti una riflessione, se non richieda da parte nostra una meditata risposta (non ho cercato nel blog, forse il dibattito è già avviato).

Mi inquieta anche l’apprezzamento che da più parti ricevono i casi di donne che denunciano pubblicamente di essere state “sfruttate” , ingannate, tradite, che trovano il modo (il coraggio???) di denunciare e accusare pubblicamente. Che senso ha tutto questo se manca un’assunzione di responsabilità, se non viene fatto cenno alla propria connivenza, alla complicità e anche al proprio ruolo di seduttrici?

Se penso al doloroso percorso che le donne oggetto di violenza fanno per uscirne, un percorso arduo sostenuto dall’aiuto di altre donne, un percorso di “rinascita”, non gridato, non sbandierato, non pagato, non posso accettare il plauso che riceve questo diversissimo modo di presentarsi in pubblico come vittime in attesa di onorificenze.

Giuliana Chiaretti
Professore Ordinario titolare della cattedra di Sociologia all’Università Cà Foscari a Venezia

2 thoughts on “Ci scrive la prof. Chiaretti da Venezia: “Manca un’assunzione di responsabilità”

  1. anche io sono un pò depressa per come viene trattata la donna oggi. Credo comunque che nel 68 forse non tutte hanno condiviso il femminismo. C’era chi se ne stava volentieri a casa a fare attività varie mantenuta altrettanto volentieri da un marito normale che alla sera tornava e voleva trovare la cena pronta, la casa pulita, le camicie stirate, i figli educati. Nel tempo mi sono un pò convinta che comunque le donne hanno un pò di responsabilità, perchè l’educazione ai figli l’hanno impartita loro. E non ce n’era nessuna che insegnasse al figlio maschio a lavare i piatti, o stirare le magliette. Le ragazze che adesso non percepiscono la deriva alla quale si sottopongono acconsentendo all’uso del loro corpo come se fosse staccato dal resto, forse si sono accorte della fregatura delle loro mamme, che alla fine hanno conquistato il lavoro (sempre meno che nel resto d’europa) ma hanno raddoppiato la fatica, mantenendo tutto quello che facevano prima dell’emancipazione. Le figlie che hanno visto le madri arabattarsi tra lavoro, cura dei nonni, gestione della casa e della famiglia, forse pensano di cercare scorciatoie per qualche soddisfazione effimera, non facendosi domande scomode, oppure per succhiare il massimo finchè sono giovani e poi trovare spazi e interessi con la mezz’età. Ma le mamme ? Dove sono e cosa dicono le mamme ?

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    • Cara Laura,

      ti rispondo, sia in quanto parte del gruppo “Donne della realtà”, sia come mamma, che nel ’68 aveva 18 anni ed ha partecipato attivamente, già al liceo, ma soprattutto negli anni dell’Università, alle lotte studentesche.
      Ho inoltre una figlia di 26 anni, cresciuta in un “brodo di coltura” adatto a favorire scambi di idee, condivisione di valori e di ideali, capacità di osservazione critica della realtà.
      Bè, voglio dirti che condivido molte delle riflessioni che tu fai, delle quali ti ringrazio; però, come forse anche tu sperimenti quotidianamente, il passaggio di testimone non è nè facile nè scontato. Quella condivisione, di cui parlo, non è per nulla scontata, come ho erroneamente pensato per tanti anni…….Pensavo: “Bè, io che ho fatto il ’68, racconto episodi della mia esperienza (ne ho bauli pieni), mia figlia e le sue amiche berranno con voluttà quei racconti, che sono storia recente, ma pur sempre storia alle loro orecchie ignare…….” Invece, regolarmente, mi ascoltavano, si, perchè sono persone educate, ma con l’aria di chi si sente distante da quelle emozioni, umori, speranze, rabbie. E, pensandoci, ero io che sbagliavo, perchè era una pretesa assurda. Nessuna esperienza è “trasferibile” , nessun cambiamento culturale è possibile, se non vissuto personalmente, metabilizzato, sofferto attraverso l’esperienza personale.
      Eppure, l’esempio, più che le parole, lasciano una traccia e molte, moltissime giovani donne, oggi, percepiscono eccome quella deriva, sono molto critiche nei confronti dell’immagine femminile proiettata dai media e dalla pubblicità e si ribellano alle logiche imperanti. Accettando la fatica che questo rigore costa. Certo, sono troppe le ragazze, donne, uomini, che cedono alle sirene del successo, del guadagno facile, della celebrità costi-quel-che-costi (vedasi il bellissimo importante documentazio “Videocracy” e quello di Lorella Zanardo “Il corpo delle donne”), ma tante voci dissonanti, tante riflessioni critiche, tanti contributi sono vitali per far fare a tutti noi piccoli, ma preziosi, passi avanti.
      Con simpatia, Sandra Covre, “Donne della realtà”

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