Shirin Ebadi: la costanza del Nobel

Pubblichiamo qui di seguito due articoli di Silvia Truzzi (pubblicati su il Fatto) che mettono in risalto due modi di essere donna in contrapposizione allo stereotipo femminile dominante in Italia.

La costanza del Nobel

di Silvia Truzzi

La non violenza è una qualità del cuore, non può venire da un appello alla ragione. Lo diceva quel signore minuto, calvo e indiano che seppe fare del suo nome un vessillo di pace. Gandhi portò con la dolcezza la sua nazione all’indipendenza e come tanti giusti venne assassinato.  Quella dolcezza risoluta splende negli occhi di una signora sessantenne: si chiama Shirin Ebadi. Fa l’avvocato ed è iraniana. Ma ora vive a New York, da quando il 12 giugno il presidente Ahmadinejad  è stato rieletto tra scontri, morti in piazza e centinaia di arresti. L’avvocato Ebadi ha ricevuto il Nobel per la pace nel 2003. L’Iran qualche giorno fa ha confiscato la cassetta di sicurezza nella quale è contenuto il premio, tra le proteste ufficiali della Norvegia – sede del comitato internazionale che assegna il premio – e di altri paesi. Ma le cortesie di regime non finiscono qui. I suoi conti bancari sono stati bloccati e lo Stato ora pretende – dice il legale della signora – 500 mila dollari di “tasse”. I suoi familiari, in patria, sono vittime di minacce e violenze, compreso il marito, un signore che fa l’ingegnere e non si occupa di diritti umani. Cinquecentomila dollari: il dazio per l’impegno della Ebadi a favore delle libertà, soprattutto delle donne. In un paese dove, nonostante la significativa presenza femminile nelle professioni e nel mondo accademico, la vita di un uomo vale il doppio. Ma davvero. Se un uomo e una donna si feriscono in un incidente, il risarcimento per l’uomo è doppio. E poi: un uomo può sposare quattro donne e divorziare senza motivi validi, mentre per una donna lasciare (l’unico) marito è praticamente impossibile.
Le hanno portato via tutto. In quella cassetta di sicurezza c’erano altri riconoscimenti e oggetti di valore. Quelli che le hanno permesso di portare nel mondo i problemi del suo paese. Lei che ha detto? Poche parole, asciutte e prive di retorica indignata, per raccontare i fatti. E una puntualizzazione finale. “Però la voce non me l’hanno rubata”. Tra tutte le lezioni – coraggio, determinazione, forza – forse la più importante è la costanza. La resistenza. La convinzione che lottare non è inutile. La resa è una tentazione forte. Soprattutto – e oggi, almeno in Occidente, un po’ inspiegabilmente – per le donne che spesso scambiano la condiscendenza con l’accoglienza, la dolcezza con la sottomissione. O, all’opposto, sanno essere aggressive con la stessa, inutilmente volgare, violenza degli uomini. L’impasto di asprezza e durezza che fa urlare a Vecchioni “Voglio una donna con la gonna”. “Prendila te la signorina Rambo, quella che va al briefing perché  lei è del ramo, e viene via dal meeting stronza come un uomo, sola come un uomo”. Provocazioni (non piacevolissime) da cantautore. Ma c’è un modo  per non abdicare: né alla natura, né all’indipendenza.

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