Preghiera per Audrey

di Silvia Truzzi*

(stills 15365) Audrey Hepburn

Audrey Hepburn in “Gli occhi della notte” di Terence Young (1967), uno dei tre film in programmazione il 3 dicembre 2016 al MIC, Museo Interattivo del Cinema di Milano, per la Giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità (http://mic.cinetecamilano.it/)

Da ragazzina ballava nei teatri clandestini: raccoglieva fondi per il movimento di opposizione al nazismo in Olanda, dove la sua famiglia si era trasferita. Molti anni dopo, in un’intervista, spiegò: “Il miglior pubblico che abbia mai avuto non faceva il minimo rumore alla fine dello spettacolo”. Lo stesso silenzio di prigionia e resistenza che abitava la soffitta di Anna Frank. Della Liberazione disse: “La libertà è qualcosa che si annusa nell’aria. Per me è stato sentire i soldati parlare inglese, invece che tedesco. E l’odore di vero tabacco che veniva dalle loro sigarette”. Oggi Audrey Hepburn  avrebbe 80 anni (per celebrarli Armando Curcio editore pubblica in questi giorni “Diva per caso”). E non è un caso se Audrey ha combattuto una lotta partigiana sulle punte: avrebbe portato a spasso la sua affascinante magrezza per tutta la vita, in una danza purtroppo breve (morì a 63 anni). Le forme efebiche che Givenchy trasformò nel simbolo dell’eleganza, erano la conseguenza della fame e del freddo patiti sotto il nazismo. La prova che il dolore non è solo dolore e qualche volta la forma (le forme) è sostanza.

In pochi non l’hanno riconosciuta all’istante, ma qualcuno (senza occhi e senza gusto) c’è stato: Truman Capote avrebbe voluto Marilyn Monroe al suo posto in “Colazione da Tiffany”. Non intuendo l’esplosiva combinazione-contraddizione tra il personaggio della prostituta e la classe dell’attrice. Fu la sua parte più difficile: “Sono molto timida, interpretare Holly è stato difficilissimo”. Anni prima, nel ‘52, la Paramount voleva gli occhioni viola e le curve burrose di Elizabeth Taylor per il ruolo da protagonista di “Vacanze romane”. Poi William Wyler vide il provino di un’attrice semi-sconosciuta con un nome francese. Disse ai suoi collaboratori: è lei. “Aveva tutto quello che cercavo: fascino, innocenza, talento. Ed era divertente. Assolutamente incantevole”. Amava i cuccioli, ne ospitò molti. Ad un certo punto si portò a casa un cerbiatto, la sua versione animale. Di certo, si saranno riconosciuti in un secondo.
Se fosse ancora viva, che penserebbe di questo mondo transgenico, di strappone da reality, presunte dive senza fascino, brutti abiti, brutti pensieri, sguardi (e anime) vuoti? Delle Alessandre Mussolini che sbraitano – scollature sfiorite in vista – Antonelle Clerici che vestono da uovo di Pasqua, Paris Hilton che nemmeno i soldi riescono a salvare dal ridicolo? Forse Audrey il cerbiatto non sarebbe troppo schifata: lo stile è anche indulgenza, orizzonte, comprensione.  Sarebbe una meravigliosa nonna – luce e rughe non sono incompatibili – molto saggia. E penserebbe che siccome la storia è ciclica, un giorno non lontano torneranno i petit noir, i cappelli che incorniciano il viso  e i foulard annodati sotto il mento.
Ambasciatrice dell’Unicef, turbatissima dalla sofferenza dei bambini affamati del mondo, una volta disse: “Chi non crede ai miracoli, non è realista”. La sua ultima apparizione sul grande schermo fu in “Always” di Spielberg, dove interpretava un angelo. Ora un celestiale intervento per spargere un po’ di bon ton su signore sempre più rozze e solo in apparenza seducenti, sarebbe provvidenziale.

*Questo articolo è apparso su Il Fatto Quotidiano il 6 dicembre 2009 e ripubblicato sul nostro blog con il consenso dell’autrice. (p.c.)

AGGIORNATO IL 23 NOVEBRE 2016

2 Risposte

  1. ringrazio Silvia Truzzi per questo bellissimo articolo su Audrey Hepburn, da sempre un modello, per me, di stile, signorilità d’animo, umanità, forza femminile.
    Grazie per la sua capacità di rendere in parole il senso del gusto di ieri e del disgusto di oggi, del vivere sottotono contro ogni eccesso, ogni strillo, ogni bisogno di sgomitare e urlare per acquistare una autorevolezza che, ahimè, in questo modo, è una chimera.
    Buon lavoro, Silvia, e buon anno !
    sandra

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  2. Complimenti per questo Blog.
    Complimenti per tutto ciò che avete scritto per quanto riguarda Audrey Hepburn.
    Spesso le mie giovani coetanee (che, come me, apprezzano e seguono la moda, e amano lo stile e l’eleganza) si pongono una domanda: ”Chi preferite, Audrey oppure Marylin Monroe?”
    Io dico: ”Non c’è bisogno di rispondere. Hanno avuto due ruoli completamente diversi nello spettacolo, nella SOCIETA’. Ciò che hanno in comune è il fatto di essere due icone indelebili nella mente di chi apprezza la moda delle pin up e lo stile ‘di quei tempi’.”
    Ritengo dunque che, l’immagine che Audrey mostrava di se fosse ben diversa: non differiva semplicemente dal punto di vista estetico, così diversa dalle classiche attrici e modelle formose e pienotte, bionde, coi ricci.
    Audrey era la semplicità. La bontà. Audrey era l’amore, per gli animali, e per i bambini. Per chi, appunto, era fragile, come lei. E per questo la sua vita era incentrata sull’amore, sulla fiducia nell’ umanità. Io credo che in questo mondo, persone come Paris Hilton o Alessandra Mussolini (del tutto insignificanti, per quanto mi riguarda!) siano solo una piccola cornice, che racchiude in quadro di sofferenze, di costanti sfruttamenti di persone e animali, di bambini e cuccioli che piangono e nessuno li sente, oppure finge di non sentirli. E anche dopo il Fascismo, dopo il Nazismo, dopo le guerre mondiali… Le tragedie sono all’ordine del giorno, per noi non sono novità. Audrey era un angelo. Un icona. Un’ eccellente attrice. La libertà.

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