“Simone De Beauvoir: La passione per la libertà” – un articolo di Chiara Volpato

Il secondo sesso di Simone de Beauvoir ha compiuto quest’anno sessant’anni ma i mezzi di informazione non se ne sono accorti. Vi proponiamo l’articolo scritto per il nostro blog dalla professoressa Chiara Volpato, docente di Psicologia sociale alla Bicocca di Milano, università che ha dedicato un incontro al compleanno del libro-simbolo dell’emancipazione femminile.

Giovedì 17 dicembre, all’Università di Milano-Bicocca, il  gruppo ABCD – Centro Interdipartimentale per lo Studio dei Problemi di Genere – e il Comitato Pari Opportunità dell’Università di Milano-Bicocca hanno organizzato un incontro dal titolo “Simone De Beauvoir. La passione per la libertà” per ricordare il sessantesimo anniversario della pubblicazione de Il secondo sesso, la cui prima parte è stata pubblicata nel giugno del 1949, la seconda nel novembre dello stesso anno. L’incontro, presieduto da Carmen Leccardi, si è aperto con una bella riflessione di Liliana Rampello, curatrice dell’edizione 2008 del volume per il Saggiatore e autrice della postfazione allo stesso volume, e si è chiuso con un piccolo, magnifico, concerto di Maria Vittoria Jedlowski, chitarrista classica e cantautrice, che ha presentato alcune sue composizioni dedicate alle tematiche del femminile.

La vicenda editoriale italiana del Secondo Sesso fu accidentata: Mondadori acquistò i diritti del saggio subito dopo il successo francese e lo fece tradurre; nel marzo del 1953 la pubblicazione fu però bloccata da una serie di resistenze interne alla casa editrice, un esempio significativo delle quali è la scheda di lettura di Remo Cantoni. L’inserimento del testo nell’Indice dei libri proibiti nel 1956 ne procrastinò ancora l’uscita. La traduzione italiana vide la luce solo nel 1961 per merito della casa editrice Il saggiatore, fondata tre anni prima da Alberto Mondadori.

Nel suo intervento, Liliana Rampello ha seguito le linee della sua postfazione all’edizione del 2008, raccontando la ricezione che il testo ebbe negli anni Sessanta e Settanta tra le esponenti del femminismo italiano; tra le tante voci citiamo quelle di Luciana Castellina, Carla Mosca, Miriam Mafai, delle donne dell’Udi. Negli anni Settanta, l’influenza del Secondo Sesso fu forse meno pregnante, sostituita dagli apporti del femminismo americano e anglosassone. Tutte le testimonianze sono però concordi nell’indicarlo come un testo fondante, uno snodo essenziale della riflessione femminista, con il quale ogni generazione si trova prima o poi a fare i conti.

Ascoltando Liliana Rampello ho pensato che sarebbe interessante continuare il suo percorso, raccontandoci se e quanto questo libro ha contato nella nostra personale formazione e riflessione.
Personalmente so di averlo letto poco dopo i vent’anni; ricordo di essermi soffermata sulla seconda parte, dopo aver scorso più frettolosamente la prima; sicuramente non tutto mi era chiaro; mi aveva però catturato l’inizio, fulminante:
“Ho esitato a lungo prima di scrivere un libro sulla donna. Il soggetto è irritante, soprattutto per le donne; e non è nuovo.”
E mi aveva colpito anche la conclusione, che indicava, dopo un percorso tanto sofferto, una possibile alleanza tra l’universo femminile e quello maschile. Simone De Beauvoir parlava di una ‘fraternità’, parola desueta, ma ricca di significati, che rimandano alla parte meno conosciuta, ma forse più promettente del pensiero rivoluzionario francese, un’indicazione sulla quale si potrebbe tornare a riflettere oggi:
“E’ in seno al mondo dato che spetta all’uomo far trionfare il regno della libertà; per raggiungere questa suprema vittoria è tra l’altro necessario che uomini e donne, al di là delle loro differenziazioni naturali, affermino, senza possibilità di equivoco, la loro fraternità.”

Di Simone De Beauvoir ho poi frequentato le pagine autobiografiche e I Mandarini, che con Alberta Contarello abbiamo usato, insieme ad altri testi letterari, quale archivio di dati per una ricerca sull’amicizia lungo i secoli. Le descrizioni di amicizie femminili non abbondano nel romanzo, in linea con il pensiero dell’autrice, secondo la quale le donne sono ancora troppo poco libere per sperimentare con completezza la più libera delle relazioni, l’amicizia appunto.
Delle pagine autobiografiche di Simone De Beauvoir mi è restato tanto, soprattutto suggerimenti di pratiche possibili, percorsi da tentare, riflessioni su fallimenti ripensati con lucidità e dignità.
Citerò solo due esempi che mi hanno fatto compagnia in questi anni.
La pagina, ne L’età forte, sulle scarpe basse come pratica di libertà, le scarpe che permettono di fuggire rapide da ciò che si rifiuta e di correre veloci verso ciò che si desidera.
Le pagine, nel La forza delle cose, sul rapporto con la Francia nel difficile periodo della guerra di Algeria: Simone non si sentiva più a suo agio nel suo paese; troppo spesso al caffè, per la strada captava brandelli di conversazione che la ferivano, troppo spesso assisteva a pubbliche prese di posizione o si trovava a leggere articoli che la indignavano, segni di un imbarbarimento del sentire comune provocato dal desiderio dei suoi concittadini di continuare a essere dei colonizzatori, padroni del territorio e dell’anima altrui. Con la consueta lucidità arriva a dire:
“Io e altri eravamo stati trattati da antifrancesi: lo diventai. Non sopportavo più i miei concittadini.”
E più sotto:
“”E forse anche peggio, perché di quella gente di cui non sopportavo più nemmeno la vicinanza, mi trovavo nolente o volente a essere complice. Questo soprattutto non riuscivo a perdonarle. Perché ragionassi diversamente avrebbero dovuto fin dall’infanzia formarmi come una SS o un para, invece d’inculcarmi una coscienza cristiana, democratica, umanistica; una coscienza insomma. Per vivere avevo bisogno di avere stima di me stessa, mi vedevo invece con gli occhi delle donne violentate, degli uomini a cui erano state rotte le ossa, con gli occhi dei bimbi impazziti: una francese”.
Questa pagina mi è tornata in mente innumerevoli volte negli ultimi anni di fronte al nostro imbarbarimento, a un’Italia che rifiuta l’altro e con l’altro il proprio passato e il proprio futuro. Mi ha costretto a non distogliere lo sguardo, a guardarmi con gli occhi dei clandestini sottoposti a ogni arbitrio, di chi dopo aver lavorato vent’anni in Italia è rinchiuso in un lager perché ha perso il lavoro, con gli occhi delle ragazze che subiscono la tratta, dei bambini cacciati perché rom.

Le foto sono a cura di Doriana Galli.

2 thoughts on ““Simone De Beauvoir: La passione per la libertà” – un articolo di Chiara Volpato

  1. Molto piacevole la lettura di questo articolo della prof.ssa Volpato. Non so perchè, ci devo riflettere, ma la lettura mi ha evocato l’immagine di Oriana Fallaci. Probabilmente ci sono delle affinità nel modo di “stare nelle cose”, di vivere, senza concedere e concedersi sconti.
    Grazie alla prof.ssa Volpato per la pacatezza e il garbo con cui ha sviluppato l’argomento, indicandoci una possibile ulteriore strada per essere persone un pò più consapevoli del mondo che ci circonda.

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