Da City – Anne Maass: “Serve un antitrust della politica”

ANNE MAASS è professoressa di psicologia sociale all’Università di Padova. Ha proposto un “antitrust della politica”: regole che proteggano i cittadini da una concentrazione ingiustificata di potere. Quello dei maschi.

Perché serve un antitrust per la politica?
Per correggere una situazione ingiusta e scandalosa: il fatto che il potere politico, come del resto quello economico, è quasi tutto nelle mani di uomini.
Questo cosa comporta?
Nelle settimane scorse abbiamo ricevuto due pagelle contrastanti: ci siamo riconfermati il sesto Paese più ricco del mondo. Ma il World Economic Forum ci ha collocato al 72° posto al mondo per l’eguaglianza di genere, cioè tra uomini e donne. Siamo lontanissimi dalla maggior parte dei Paesi europei…
Loro dove stanno nella classifica?
Tutti i primi posti sono presi dal Nord Europa. L’Italia invece è stata superata da tanti Paesi in via di sviluppo, come Mozambico e Sri Lanka. Siamo retrocessi dal 67° al 72° posto.
Quasi nessuno si è scandalizzato.
Per capire l’enormità dello squilibrio basta un esercizio mentale. Immaginiamoci una società in cui le donne hanno l’80% dei posti in parlamento. In cui su 15 giudici della Corte costituzionale 14 sono donne. Dove i premier e i ministri più importanti, dalla Prima Guerra Mondiale in poi, sono sempre stati donne…
In Italia, invece, questo succede coi maschi.
È un’anomalia che richiede un serio correttivo. Per questo con due mie colleghe, Chiara Volpato e Angelica Mucchi Faina, abbiamo proposto un antitrust.
Di solito si usa in economia, per evitare che un singolo concentri nelle proprie mani una fetta cospicua di un determinato settore.
E proteggere i cittadini da abusi di potere. Secondo noi serve anche in politica. Spesso si parla di “quote rosa” riservate alle donne. Ma è un’immagine sessista: fa pensare al panda che ha bisogno di protezione.
Sessiste le quote rosa?
L’immagine. È viziata dal “sessismo latente”, che vede le donne come esseri deboli, bisognosi di protezione. L’antitrust invece mostra che il problema non sono le donne, ma gli uomini che abusano del potere politico.
Per alcuni, sono le donne a non farsi eleggere.
Non è che le donne non ci siano in politica. È che le liste vengono fatte dagli uomini, che non hanno la volontà di metterle in posizioni vincenti. Nelle liste elettorali, le donne o mancano del tutto, oppure sono tutte concentrate alla fine: nelle posizioni perdenti.
Dice che è un problema di selezione?
Esatto. C’è un sistema in cui chi è dentro, cioè chi fa già parte della classe politica, sceglie chi può entrare. E non è basato sul merito, ma sulla cooptazione: questo fa sì che le donne entrino più difficilmente.
Voi, in pratica, cosa proponete?
Una regola sperimentata in altri Paesi: l’alternanza nelle liste tra uomini e donne. Con l’attuale legge elettorale, in cui le liste sono bloccate, garantisce l’uguaglianza di genere: i candidati passano in ordine di posto.
Così c’è una rappresentanza migliore. Ma a parte quello, perché dovrebbe essere un bene avere più donne in parlamento?
Per molti motivi. Intanto le ricerche mostrano che quando entrano un certo numero di donne, cioè almeno il 30%, si spostano i temi. Cambia la famosa “agenda politica”.
In che modo?
Si dà la priorità a questioni, per esempio i servizi, che sono più interessanti per le donne. E cambiano le soluzioni ai problemi: il World Economic Forum riporta che spesso la competitività economica di un Paese aumenta dopo l’entrata delle donne in politica.
Aumenta la competitività: perché?
Perché usando l’intelligenza e la creatività sia degli uomini che delle donne, la qualità delle soluzioni migliora. Io credo che in Italia avremmo un terzo vantaggio.
Quale?
Molti italiani sono stufi dei vari scandali politici basati o sulla corruzione o sul sesso. Gli studi attuali mostrano che le donne sono eticamente più solide. Sarebbero meno ricattabili – non è una cosa da poco per un politico.
Lei è di origine tedesca: da quanto è in Italia?
Dall’84, ormai. Ho vissuto quasi più anni qui che in Germania. Questo è il mio Paese, i miei figli sono italiani.
Però conosce una realtà, il Nord Europa, che su questi temi è più avanti di noi.
Il Nord Europa in generale fa meglio di noi per tutti i diritti civili: le donne, il rispetto delle minoranze, degli immigrati, dei gay. Ma forse la differenza più eclatante è quella dei modelli femminili.
Cosa intende per modelli femminili?
La psicologia insegna che i modelli a cui guardare sono molto importanti nella vita. In Italia, ormai da 15 anni, il modello pressoché unico di donna, almeno in tv, è la velina.
E questo che c’entra con la politica?
La politica può offrire modelli alternativi. L’abbiamo visto con l’elezione di Obama: i ragazzi afroamericani tutto d’un tratto hanno iniziato a sognare una vita diversa. E perfino le loro prestazioni nei test per l’accesso alle università sono molto migliorate.
Oggi nel governo ci sono quattro ministre.
Hanno ministeri di secondo piano e non danno l’impressione di essere state scelte per le competenze sul campo. E non è questione di destra o sinistra. In Germania la destra ha vinto guidata da una donna e da un gay. L’Italia è piena di donne competenti e coraggiose. Bisogna solo dar loro spazio.
Elena Tebano

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